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Diritto ad una morte dignitosa?

 

 

Di

Nancy Nitti

 

 

In questi giorni stiamo seguendo il dibattito sul caso Riina. Vogliamo dare la nostra opinione dando un’occhiata agli articoli che possono fare chiarezza sul problema emerso.

L’avvocato di Riina pone il problema del -diritto ad una morte dignitosa-. Ma, ci chiediamo in realtà come vengono trattati, secondo le norme vigenti, i detenuti e se è proprio il caso di prendere in considerazione l’idea di scarcerare una persona, se così può essere definita, come Riina. Ricordiamoci prima di tutto che il soggetto in questione, insieme a tanti altri, ha ucciso più di 2000 persone, non ha nemmeno fatto i nomi dei complici e nemmeno fatto arrestare gli altri membri della mafia. Ora possiamo leggere con calma gli articoli sottostanti e farci un’idea di quello che le leggi italiane prevedono sia dal punto di vista dell’ordinamento penitenziario italiano che da quello costituzionale.

Cominciamo dalla nostra Costituzione:

Art. 2

“La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”.

  • L’ art  2 in sostanza ci fa capire che la Repubblica è vicina all’ uomo, riconosce i suoi diritti ma allo stesso tempo da lui richiede che si rispettino le norme del viver civile, dal punto di vista politico, economico e sociale.

Art. 3

“Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e la uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

  • L’ art  3 invece ci mostra come ogni cittadino ha gli stessi diritti e doveri indipendentemente dalla razza, dal colore, dal credo, e che tutti devono partecipare al benessere della società. La Repubblica ha il compito di contrastare le forme che vanno contro il viver civile sia dal punto di vista economico che politico-sociale. Questo vuol dire che chi non rispetta l’altro, la società in cui vive, deve essere fermato per far sì che si persegua il bene comune.

Art. 27

“La responsabilità penale è personale.
L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva.

Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato.

Non è ammessa la pena di morte. (*)

NOTE:

(*) L’art. 27 è stato modificato dall’art. 1 della legge costituzionale 2 ottobre 2007, n. 1.
Il testo originario dell’articolo era il seguente:
«La responsabilità penale è personale.

L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva.
Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato.
Non è ammessa la pena di morte, se non nei casi previsti dalle leggi militari di guerra.» “.

  • L’ art. 27 ci mostra come la responsabilità delle azioni è individuale. Ognuno deve assumersi la responsabilità di quello che fa e, nonostante l’agire e la colpevolezza della persona, la condanna definitiva rispetta comunque l’ individuo nella sua interezza. Colui che ha commesso l’atto, anche se non ha avuto comportamenti corrispondenti ad una sana coscienza, viene tutelato e accudito ugualmente, come si legge nell’art. 32.

Art. 32

“La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti.

Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”.

Veniamo ora alle norme sull’ordinamento penitenziario e sull’esecuzione delle misure privative e limitative della libertà.

Vediamo insieme cosa ci propone la L. 26 luglio 1975, n. 354.

TITOLO I – Trattamento penitenziario

Capo I – Princìpi direttivi

  1. Trattamento e rieducazione.

“Il trattamento penitenziario deve essere conforme ad umanità e deve assicurare il rispetto delle dignità della persona.

Il trattamento è improntato ad assoluta imparzialità, senza discriminazioni in ordine a nazionalità, razza e condizioni economiche e sociali, a opinioni politiche e a credenze religiose”.

  • Con questo art.  1 possiamo vedere come riprenda l’art. 3 della Costituzione

“Negli istituti devono essere mantenuti l’ordine e la disciplina. Non possono essere adottate restrizioni non giustificabili con le esigenze predette o, nei confronti degli imputati, non indispensabili a fini giudiziari.

I detenuti e gli internati sono chiamati o indicati con il loro nome.

Il trattamento degli imputati deve essere rigorosamente informato al principio che essi non sono considerati colpevoli sino alla condanna definitiva.

Nei confronti dei condannati e degli internati deve essere attuato un trattamento rieducativo che tenda, anche attraverso i contatti con l’ambiente esterno, al reinserimento sociale degli stessi. Il trattamento è attuato secondo un criterio di individualizzazione in rapporto alle specifiche condizioni dei soggetti”.

  • La rieducazione ed il reinserimento sono relativi alla gravità dell’atto commesso.
  1. Parità di condizioni fra i detenuti e gli internati.

“Negli istituti penitenziari è assicurata ai detenuti ed agli internati parità di condizioni di vita. In particolare il regolamento stabilisce limitazioni in ordine all’ammontare del peculio disponibile e dei beni provenienti dall’esterno.”

  • Negli istituti penitenziari i detenuti vengono trattati in maniera dignitosa.
  1. Esercizio dei diritti dei detenuti e degli internati.

“I detenuti e gli internati esercitano personalmente i diritti loro derivanti dalla presente legge anche se si trovano in stato di interdizione legale”.

  • Anche in carcere i detenuti vengono tutelati.

4-bis. Divieto di concessione dei benefìci e accertamento della pericolosità sociale dei condannati per taluni delitti

“1). L’assegnazione al lavoro all’esterno, i permessi premio e le misure alternative alla detenzione previste dal capo VI, esclusa la liberazione anticipata, possono essere concessi ai detenuti e internati per i seguenti delitti solo nei casi in cui tali detenuti e internati collaborino con la giustizia a norma dell’articolo 58-ter della presente legge: delitti commessi per finalità di terrorismo, anche internazionale, o di eversione dell’ordine democratico mediante il compimento di atti di violenza, delitto di cui all’articolo 416-bis del codice penale, delitti commessi avvalendosi delle condizioni previste dallo stesso articolo ovvero al fine di agevolare l’attività delle associazioni in esso previste, delitti di cui agli articoli 600, 600-bis, primo comma, 600-ter, primo e secondo comma, 601, 602, 609-octies, e 630 del codice penale, all’articolo 291-quater del testo unico delle disposizioni legislative in materia doganale, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 23 gennaio 1973, n. 43, e all’articolo 74 del testo unico delle leggi in materia di disciplina degli stupefacenti e sostanze psicotrope, prevenzione, cura e riabilitazione dei relativi stati di tossicodipendenza, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 9 ottobre 1990, n. 309. Sono fatte salve le disposizioni degli articoli 16-nonies e 17-bis del decreto-legge 15 gennaio 1991, n. 8, convertito, con modificazioni, dalla legge 15 marzo 1991, n. 82, e successive modificazioni (5).

1-bis). I benefici di cui al comma 1 possono essere concessi ai detenuti o internati per uno dei delitti ivi previsti, purché siano stati acquisiti elementi tali da escludere l’attualità di collegamenti con la criminalità organizzata, terroristica o eversiva, altresì nei casi in cui la limitata partecipazione al fatto criminoso, accertata nella sentenza di condanna, ovvero l’integrale accertamento dei fatti e delle responsabilità, operato con sentenza irrevocabile, rendono comunque impossibile un’utile collaborazione con la giustizia, nonché nei casi in cui, anche se la collaborazione che viene offerta risulti oggettivamente irrilevante, nei confronti dei medesimi detenuti o internati sia stata applicata una delle circostanze attenuanti previste dall’articolo 62, numero 6), anche qualora il risarcimento del danno sia avvenuto dopo la sentenza di condanna, dall’articolo 114 ovvero dall’articolo 116, secondo comma, del codice penale (6).

(5) Comma sostituito dall’art. 15, D.L. 8 giugno 1992, n. 306, modificato dall’art. 11, D.L. 24 novembre 2000, n. 341, dall’art. 6, L. 19 marzo 2001, n. 92 e dall’art. 12, comma 3- sexies del D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, inserito dall’art. 11, comma 1, L. 30 luglio 2002, n. 189, sostituito dall’art. 1, L. 23 dicembre 2002, n. 279, modificato dall’art. 15, L. 6 febbraio 2006, n. 38, sostituito, con gli attuali commi da 1 a 1-quater, dall’art. 3, D.L. 23 febbraio 2009, n. 11, come sostituito dalla relativa legge di conversione e, da ultimo, così modificato dal n. 1) della letteraa) del comma 27 dell’art. 2, L. 15 luglio 2009, n. 94.

In relazione al testo precedentemente in vigore la Corte costituzionale, con sentenza 19-27 luglio 1994, n. 357(Gazz. Uff. 3 agosto 1994, n. 32 – Serie speciale), ha dichiarato l’illegittimità costituzionale del primo comma, secondo periodo, nella parte in cui non prevede che i benefici di cui al primo periodo del medesimo comma possano essere concessi anche nel caso in cui la limitata partecipazione al fatto criminoso, come accertata nella sentenza di condanna, renda impossibile un’utile collaborazione con la giustizia, sempre che siano stati acquisiti elementi tali da escludere in maniera certa l’attualità di collegamenti con la criminalità organizzata. La stessa Corte, consentenza

22 febbraio-1° marzo 1995, n. 68 (Gazz. Uff. 8 marzo 1995, n. 10 – Serie speciale), ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 4-bis, primo comma, secondo periodo, come sostituito dall’art. 15, D.L. 8 giugno 1992, n. 306, nella parte in cui non prevede che i benefìci di cui al primo periodo del medesimo comma possano essere concessi anche nel caso in cui l’integrale accertamento dei fatti e delle responsabilità operato con sentenza irrevocabile renda impossibile un’utile collaborazione con la giustizia, sempre che siano stati acquisiti elementi tali da escludere in maniera certa l’attualità di collegamenti con la criminalità organizzata; con sentenza 11-14 dicembre 1995, n. 504 (Gazz. Uff. 20 dicembre 1995, n. 52 – Serie speciale), ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 4-bis, comma 1, nella parte in cui prevede che la concessione di ulteriori permessi premio sia negata nei confronti dei condannati per i delitti indicati nel primo periodo del comma 1 dello stesso art. 4-bis, che non si trovino nelle condizioni per l’applicazione dell’art. 58- ter della L. 26 luglio 1975, n. 354, anche quando essi ne abbiano già fruito in precedenza e non sia accertata la sussistenza di collegamenti attuali con la criminalità organizzata. Con altra sentenza 16- 30 dicembre 1997, n. 445 (Gazz. Uff. 7 gennaio 1998, n. 1, Serie speciale), la stessa Corte costituzionale ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 4-bis, comma 1, nella parte in cui non prevede che il beneficio della semilibertà possa essere concesso nei confronti dei condannati che, prima della data di entrata in vigore dell’art. 15, comma 1, del D.L. 8 giugno 1992, n. 306, convertito, con modificazioni, nella L. 7 agosto 1992, n. 356, abbiano raggiunto un grado di rieducazione adeguato al beneficio richiesto e per i quali non sia accertata la sussistenza di collegamenti attuali con la criminalità organizzata; con sentenza 14-22 aprile 1999, n. 137 (Gazz. Uff. 28 aprile 1999, n. 17 – Serie speciale), ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 4-bis, comma 1, nella parte in cui non prevede che il beneficio del permesso premio possa essere concesso nei confronti dei condannati che, prima della entrata in vigore dell’art. 15, comma 1, del D.L. 8 giugno 1992, n. 306, convertito, con modificazioni, dalla L. 7 agosto 1992, n. 356, abbiano raggiunto un grado di rieducazione adeguato al beneficio richiesto e per i quali non sia accertata la sussistenza di collegamenti attuali con la criminalità organizzata.

(6) Comma aggiunto dall’art. 3, D.L. 23 febbraio 2009, n. 11, come sostituito dalla relativa legge di conversione. “

  • In questo art.  4 si evince chiaramente che possono essere concessi permessi a tutti coloro che collaborano con la giustizia.

Per quel che riguarda il Capo II – Condizioni generali prendiamo in considerazione l’ Art. 9Alimentazione:

Ai detenuti e agli internati è assicurata un’alimentazione sana e sufficiente, adeguata all’età, al sesso, allo stato di salute, al lavoro, alla stagione, al clima.
Il vitto è somministrato, di regola, in locali all’uopo destinati.
I detenuti e gli internati devono avere sempre a disposizione acqua potabile”.

È di nostro interesse anche l’Art. 11. Servizio sanitario.

Ogni istituto penitenziario è dotato di servizio medico e di servizio farmaceutico rispondenti alle esigenze profilattiche e di cura della salute dei detenuti e degli internati; dispone, inoltre, dell’opera di almeno uno specialista in psichiatria.

Ove siano necessarie cure o accertamenti diagnostici che non possono essere apprestati dai servizi sanitari degli istituti, i condannati e gli internati sono trasferiti, con provvedimento del magistrato di sorveglianza, in ospedali civili o in altri luoghi esterni di cura. Per gli imputati, detti trasferimenti sono disposti, dopo la pronunzia della sentenza di primo grado, dal magistrato di sorveglianza; prima della pronunzia della sentenza di primo grado, dal giudice istruttore, durante l’istruttoria formale; dal pubblico ministero, durante l’istruzione sommaria e, in caso di giudizio direttissimo, fino alla presentazione dell’imputato in udienza; dal presidente, durante gli atti preliminari al giudizio e nel corso del giudizio; dal pretore, nei procedimenti di sua competenza; dal presidente durante gli atti preliminari al giudizio e nel corso del giudizio; dal pretore, nei procedimenti di sua competenza; dal presidente della corte di appello, nel corso degli atti preliminari al giudizio dinanzi la corte di assise, fino alla convocazione della corte stessa e dal presidente di essa successivamente alla convocazione.

L’autorità giudiziaria competente ai sensi del comma precedente può disporre, quando non vi sia pericolo di fuga, che i detenuti e gli internati trasferiti in ospedali civili o in altri luoghi esterni di cura con proprio provvedimento, o con provvedimento del direttore dell’istituto nei casi di assoluta urgenza, non siano sottoposti a piantonamento durante la degenza, salvo che sia necessario per la tutela della loro incolumità personale.

Il detenuto o l’internato che, non essendo sottoposto a piantonamento, si allontana dal luogo di cura senza giustificato motivo è punibile a norma del primo comma dell’art. 358 del C.P.

All’atto dell’ingresso nell’istituto i soggetti sono sottoposti a visita medica generale allo scopo di accertare eventuali malattie fisiche o psichiche. L’assistenza sanitaria è prestata, nel corso della permanenza nell’istituto, con periodici e frequenti riscontri, indipendentemente dalle richieste degli interessati.

Il sanitario deve visitare ogni giorno gli ammalati e coloro che ne facciano richiesta; deve segnalare immediatamente la presenza di malattie che richiedono particolari indagini e cure specialistiche; deve, inoltre, controllare periodicamente l’idoneità dei soggetti ai lavori cui sono addetti.

I detenuti e gli internati sospetti o riconosciuti affetti da malattie contagiose sono immediatamente isolati. Nel caso di sospetto di malattia psichica sono adottati senza indugio i provvedimenti del caso col rispetto delle norme concernenti l’assistenza psichiatrica e la sanità mentale.

In ogni istituto penitenziario per donne sono in funzione servizi speciali per l’assistenza sanitaria alle gestanti e alle puerpere.

Alle madri è consentito di tenere presso di sé i figli fino all’età di tre anni. Per la cura e l’assistenza dei bambini sono organizzati appositi asili nido.

L’amministrazione penitenziaria, per l’organizzazione e per il funzionamento dei servizi sanitari, può avvalersi della collaborazione dei servizi pubblici sanitari locali, ospedalieri ed extra ospedalieri, d’intesa con la regione e secondo gli indirizzi del Ministero della sanità.”.

  • Questi due articoli 9 e 11 specificano con chiarezza che i detenuti sono perfettamente tutelati e seguiti nelle indagini mediche, quindi se tutto questo è consentito all’ interno del contesto carcerario, lo è anche nell’accompagnamento alla morte.

 

Siamo dell’ idea che il diritto legislativo dovrebbe andare sempre di pari passo al diritto etico; avvicinarsi alla legge morale.

Ma cos’è la morale? Morale è un termine coniato da Cicerone ed indica il –costume-. La legge morale è relativa al vivere pratico e si basa sulla scelta consapevole di due opposti: giusto-ingiusto, corretto-sbagliato, bene-male.

La libertà morale è la capacità di scegliere e operare, assumendosene in coscienza la responsabilità (responsabilità morale), in accordo con princìpi ritenuti di valore universale o contro di essi. Il senso morale è la capacità di distinguere ciò che è bene da ciò che è male, una capacità ritenuta presente in misura maggiore o minore in ogni uomo, innata oppure acquisita con l’educazione e l’esperienza. La coscienza morale invece è la consapevolezza del valore morale del proprio agire, anche come principio dell’operare.

La legge morale fa riferimento al perseguimento del Bene considerando il suo opposto, il Male.

Quando noi vediamo attuare le leggi, i codici civili, penali, leggiamo tante realtà, tante situazioni che vanno al di là e contro la legge morale, contro quello che è il giusto e l’eticamente corretto. Non vale più il bene, perché il disonesto viene tutelato alla pari dell’ onesto se non con maggiore cura. Cosa dovrebbe fare dunque l’onesto per essere difeso, per essere gratificato se, pur conseguendo il giusto, non viene tutelato? È corretto continuare a mostrarsi onesto se il disonesto viene <premiato> pur non avendo scontato la sua pena?

Non sarebbe il caso di rivedere alcune leggi dal punto di vista etico-giuridico e tutelare l’onesto più del disonesto?

Se il disonesto esce di prigione, la giustizia come tutela il cittadino che lo ha denunciato?

Convenite con me che tutto questo, ora come ora non ha senso e l’onesto teme il disonesto proprio perché non ha garanzia, tutela. Rivedere le leggi in chiave morale sarebbe opportuno: riprendere l’etica ed inserirla nei nostri codici civili, penali per far sì che il mondo ritorni a credere nel Bene. Non sarebbe bellissimo?

Ci vorrebbe più sorveglianza per tutelare e per facilitare la ricerca dei disonesti: un numero verde da chiamare per rintracciare, attraverso l’ analisi delle registrazioni delle telecamere, comportamenti non leciti, denunciare più facilmente ciò che non va senza correre rischi sulla propria pelle. Perché no, pubblicare le foto dei disonesti sui giornali per evidenziare comportamenti scorretti con multe salate. Non farà molto ma l’ umiliazione di ritrovarsi sui giornali può essere d’esempio, è come avere la fedina penale sporca.

Tutelare di più l’onesto e chi lavora al servizio del giusto con la segretezza, per evitare che chi denuncia possa mettere a rischio la propria vita e quella della famiglia.

La sicurezza di un popolo e il diritto alla vita dovrebbero essere al primo posto in una legge eticamente corretta.

Ognuno è libero di scegliere tra il bene e il male, ma se sceglie una delle due strade deve avere ben chiaro ciò a cui va incontro, nel bene e nel male.

Sulla questione della scelta vorremmo approfondire ciò che spinge certe persone ad agire in determinati modi, quali i vissuti interiori e quali le predisposizioni innate.

Noi esseri umani, affinché il principio morale fondamentale diventi universale e valga anche per la ‘legge giuridicamente corretta’, dovremmo tutti acquisire una coscienza morale che ci dovrebbe portare a ragionare con questa frase: -agire in maniera che ogni azione (soggettiva) possa diventare legge universale (oggettiva) e sia d’esempio anche sul piano pedagogico-.

 


BIBLIOGRAFIA

Costituzione Italiana

http://www.camera.it/application/xmanager/projects/leg17/attachments/upload_file/upload_files/000/000/002/costituzione.pdf

http://www.nascitacostituzione.it/02p1/01t1/027/index.htm?art027-999.htm&2

http://presidenza.governo.it/USRI/ufficio_studi/normativa/L.%2026%20luglio%201975,%20n.%20354.pdf

http://www.questionegiustizia.it/articolo/riina_la-suprema-corte-e-lo-stato-di-diritto_06-06-2017.php

http://www.questionegiustizia.it/doc/Sentenza_Cass_Pen_n_966_2017.pdf

https://www.senato.it/1025?sezione=120&articolo_numero_articolo=27

http://www.treccani.it/vocabolario/morale1/

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