Category Archives: pedagogia

Diritto ad una morte dignitosa?

 

 

Di

Nancy Nitti

 

 

In questi giorni stiamo seguendo il dibattito sul caso Riina. Vogliamo dare la nostra opinione dando un’occhiata agli articoli che possono fare chiarezza sul problema emerso.

L’avvocato di Riina pone il problema del -diritto ad una morte dignitosa-. Ma, ci chiediamo in realtà come vengono trattati, secondo le norme vigenti, i detenuti e se è proprio il caso di prendere in considerazione l’idea di scarcerare una persona, se così può essere definita, come Riina. Ricordiamoci prima di tutto che il soggetto in questione, insieme a tanti altri, ha ucciso più di 2000 persone, non ha nemmeno fatto i nomi dei complici e nemmeno fatto arrestare gli altri membri della mafia. Ora possiamo leggere con calma gli articoli sottostanti e farci un’idea di quello che le leggi italiane prevedono sia dal punto di vista dell’ordinamento penitenziario italiano che da quello costituzionale.

Cominciamo dalla nostra Costituzione:

Art. 2

“La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”.

  • L’ art  2 in sostanza ci fa capire che la Repubblica è vicina all’ uomo, riconosce i suoi diritti ma allo stesso tempo da lui richiede che si rispettino le norme del viver civile, dal punto di vista politico, economico e sociale.

Art. 3

“Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e la uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

  • L’ art  3 invece ci mostra come ogni cittadino ha gli stessi diritti e doveri indipendentemente dalla razza, dal colore, dal credo, e che tutti devono partecipare al benessere della società. La Repubblica ha il compito di contrastare le forme che vanno contro il viver civile sia dal punto di vista economico che politico-sociale. Questo vuol dire che chi non rispetta l’altro, la società in cui vive, deve essere fermato per far sì che si persegua il bene comune.

Art. 27

“La responsabilità penale è personale.
L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva.

Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato.

Non è ammessa la pena di morte. (*)

NOTE:

(*) L’art. 27 è stato modificato dall’art. 1 della legge costituzionale 2 ottobre 2007, n. 1.
Il testo originario dell’articolo era il seguente:
«La responsabilità penale è personale.

L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva.
Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato.
Non è ammessa la pena di morte, se non nei casi previsti dalle leggi militari di guerra.» “.

  • L’ art. 27 ci mostra come la responsabilità delle azioni è individuale. Ognuno deve assumersi la responsabilità di quello che fa e, nonostante l’agire e la colpevolezza della persona, la condanna definitiva rispetta comunque l’ individuo nella sua interezza. Colui che ha commesso l’atto, anche se non ha avuto comportamenti corrispondenti ad una sana coscienza, viene tutelato e accudito ugualmente, come si legge nell’art. 32.

Art. 32

“La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti.

Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”.

Veniamo ora alle norme sull’ordinamento penitenziario e sull’esecuzione delle misure privative e limitative della libertà.

Vediamo insieme cosa ci propone la L. 26 luglio 1975, n. 354.

TITOLO I – Trattamento penitenziario

Capo I – Princìpi direttivi

  1. Trattamento e rieducazione.

“Il trattamento penitenziario deve essere conforme ad umanità e deve assicurare il rispetto delle dignità della persona.

Il trattamento è improntato ad assoluta imparzialità, senza discriminazioni in ordine a nazionalità, razza e condizioni economiche e sociali, a opinioni politiche e a credenze religiose”.

  • Con questo art.  1 possiamo vedere come riprenda l’art. 3 della Costituzione

“Negli istituti devono essere mantenuti l’ordine e la disciplina. Non possono essere adottate restrizioni non giustificabili con le esigenze predette o, nei confronti degli imputati, non indispensabili a fini giudiziari.

I detenuti e gli internati sono chiamati o indicati con il loro nome.

Il trattamento degli imputati deve essere rigorosamente informato al principio che essi non sono considerati colpevoli sino alla condanna definitiva.

Nei confronti dei condannati e degli internati deve essere attuato un trattamento rieducativo che tenda, anche attraverso i contatti con l’ambiente esterno, al reinserimento sociale degli stessi. Il trattamento è attuato secondo un criterio di individualizzazione in rapporto alle specifiche condizioni dei soggetti”.

  • La rieducazione ed il reinserimento sono relativi alla gravità dell’atto commesso.
  1. Parità di condizioni fra i detenuti e gli internati.

“Negli istituti penitenziari è assicurata ai detenuti ed agli internati parità di condizioni di vita. In particolare il regolamento stabilisce limitazioni in ordine all’ammontare del peculio disponibile e dei beni provenienti dall’esterno.”

  • Negli istituti penitenziari i detenuti vengono trattati in maniera dignitosa.
  1. Esercizio dei diritti dei detenuti e degli internati.

“I detenuti e gli internati esercitano personalmente i diritti loro derivanti dalla presente legge anche se si trovano in stato di interdizione legale”.

  • Anche in carcere i detenuti vengono tutelati.

4-bis. Divieto di concessione dei benefìci e accertamento della pericolosità sociale dei condannati per taluni delitti

“1). L’assegnazione al lavoro all’esterno, i permessi premio e le misure alternative alla detenzione previste dal capo VI, esclusa la liberazione anticipata, possono essere concessi ai detenuti e internati per i seguenti delitti solo nei casi in cui tali detenuti e internati collaborino con la giustizia a norma dell’articolo 58-ter della presente legge: delitti commessi per finalità di terrorismo, anche internazionale, o di eversione dell’ordine democratico mediante il compimento di atti di violenza, delitto di cui all’articolo 416-bis del codice penale, delitti commessi avvalendosi delle condizioni previste dallo stesso articolo ovvero al fine di agevolare l’attività delle associazioni in esso previste, delitti di cui agli articoli 600, 600-bis, primo comma, 600-ter, primo e secondo comma, 601, 602, 609-octies, e 630 del codice penale, all’articolo 291-quater del testo unico delle disposizioni legislative in materia doganale, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 23 gennaio 1973, n. 43, e all’articolo 74 del testo unico delle leggi in materia di disciplina degli stupefacenti e sostanze psicotrope, prevenzione, cura e riabilitazione dei relativi stati di tossicodipendenza, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 9 ottobre 1990, n. 309. Sono fatte salve le disposizioni degli articoli 16-nonies e 17-bis del decreto-legge 15 gennaio 1991, n. 8, convertito, con modificazioni, dalla legge 15 marzo 1991, n. 82, e successive modificazioni (5).

1-bis). I benefici di cui al comma 1 possono essere concessi ai detenuti o internati per uno dei delitti ivi previsti, purché siano stati acquisiti elementi tali da escludere l’attualità di collegamenti con la criminalità organizzata, terroristica o eversiva, altresì nei casi in cui la limitata partecipazione al fatto criminoso, accertata nella sentenza di condanna, ovvero l’integrale accertamento dei fatti e delle responsabilità, operato con sentenza irrevocabile, rendono comunque impossibile un’utile collaborazione con la giustizia, nonché nei casi in cui, anche se la collaborazione che viene offerta risulti oggettivamente irrilevante, nei confronti dei medesimi detenuti o internati sia stata applicata una delle circostanze attenuanti previste dall’articolo 62, numero 6), anche qualora il risarcimento del danno sia avvenuto dopo la sentenza di condanna, dall’articolo 114 ovvero dall’articolo 116, secondo comma, del codice penale (6).

(5) Comma sostituito dall’art. 15, D.L. 8 giugno 1992, n. 306, modificato dall’art. 11, D.L. 24 novembre 2000, n. 341, dall’art. 6, L. 19 marzo 2001, n. 92 e dall’art. 12, comma 3- sexies del D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, inserito dall’art. 11, comma 1, L. 30 luglio 2002, n. 189, sostituito dall’art. 1, L. 23 dicembre 2002, n. 279, modificato dall’art. 15, L. 6 febbraio 2006, n. 38, sostituito, con gli attuali commi da 1 a 1-quater, dall’art. 3, D.L. 23 febbraio 2009, n. 11, come sostituito dalla relativa legge di conversione e, da ultimo, così modificato dal n. 1) della letteraa) del comma 27 dell’art. 2, L. 15 luglio 2009, n. 94.

In relazione al testo precedentemente in vigore la Corte costituzionale, con sentenza 19-27 luglio 1994, n. 357(Gazz. Uff. 3 agosto 1994, n. 32 – Serie speciale), ha dichiarato l’illegittimità costituzionale del primo comma, secondo periodo, nella parte in cui non prevede che i benefici di cui al primo periodo del medesimo comma possano essere concessi anche nel caso in cui la limitata partecipazione al fatto criminoso, come accertata nella sentenza di condanna, renda impossibile un’utile collaborazione con la giustizia, sempre che siano stati acquisiti elementi tali da escludere in maniera certa l’attualità di collegamenti con la criminalità organizzata. La stessa Corte, consentenza

22 febbraio-1° marzo 1995, n. 68 (Gazz. Uff. 8 marzo 1995, n. 10 – Serie speciale), ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 4-bis, primo comma, secondo periodo, come sostituito dall’art. 15, D.L. 8 giugno 1992, n. 306, nella parte in cui non prevede che i benefìci di cui al primo periodo del medesimo comma possano essere concessi anche nel caso in cui l’integrale accertamento dei fatti e delle responsabilità operato con sentenza irrevocabile renda impossibile un’utile collaborazione con la giustizia, sempre che siano stati acquisiti elementi tali da escludere in maniera certa l’attualità di collegamenti con la criminalità organizzata; con sentenza 11-14 dicembre 1995, n. 504 (Gazz. Uff. 20 dicembre 1995, n. 52 – Serie speciale), ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 4-bis, comma 1, nella parte in cui prevede che la concessione di ulteriori permessi premio sia negata nei confronti dei condannati per i delitti indicati nel primo periodo del comma 1 dello stesso art. 4-bis, che non si trovino nelle condizioni per l’applicazione dell’art. 58- ter della L. 26 luglio 1975, n. 354, anche quando essi ne abbiano già fruito in precedenza e non sia accertata la sussistenza di collegamenti attuali con la criminalità organizzata. Con altra sentenza 16- 30 dicembre 1997, n. 445 (Gazz. Uff. 7 gennaio 1998, n. 1, Serie speciale), la stessa Corte costituzionale ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 4-bis, comma 1, nella parte in cui non prevede che il beneficio della semilibertà possa essere concesso nei confronti dei condannati che, prima della data di entrata in vigore dell’art. 15, comma 1, del D.L. 8 giugno 1992, n. 306, convertito, con modificazioni, nella L. 7 agosto 1992, n. 356, abbiano raggiunto un grado di rieducazione adeguato al beneficio richiesto e per i quali non sia accertata la sussistenza di collegamenti attuali con la criminalità organizzata; con sentenza 14-22 aprile 1999, n. 137 (Gazz. Uff. 28 aprile 1999, n. 17 – Serie speciale), ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 4-bis, comma 1, nella parte in cui non prevede che il beneficio del permesso premio possa essere concesso nei confronti dei condannati che, prima della entrata in vigore dell’art. 15, comma 1, del D.L. 8 giugno 1992, n. 306, convertito, con modificazioni, dalla L. 7 agosto 1992, n. 356, abbiano raggiunto un grado di rieducazione adeguato al beneficio richiesto e per i quali non sia accertata la sussistenza di collegamenti attuali con la criminalità organizzata.

(6) Comma aggiunto dall’art. 3, D.L. 23 febbraio 2009, n. 11, come sostituito dalla relativa legge di conversione. “

  • In questo art.  4 si evince chiaramente che possono essere concessi permessi a tutti coloro che collaborano con la giustizia.

Per quel che riguarda il Capo II – Condizioni generali prendiamo in considerazione l’ Art. 9Alimentazione:

Ai detenuti e agli internati è assicurata un’alimentazione sana e sufficiente, adeguata all’età, al sesso, allo stato di salute, al lavoro, alla stagione, al clima.
Il vitto è somministrato, di regola, in locali all’uopo destinati.
I detenuti e gli internati devono avere sempre a disposizione acqua potabile”.

È di nostro interesse anche l’Art. 11. Servizio sanitario.

Ogni istituto penitenziario è dotato di servizio medico e di servizio farmaceutico rispondenti alle esigenze profilattiche e di cura della salute dei detenuti e degli internati; dispone, inoltre, dell’opera di almeno uno specialista in psichiatria.

Ove siano necessarie cure o accertamenti diagnostici che non possono essere apprestati dai servizi sanitari degli istituti, i condannati e gli internati sono trasferiti, con provvedimento del magistrato di sorveglianza, in ospedali civili o in altri luoghi esterni di cura. Per gli imputati, detti trasferimenti sono disposti, dopo la pronunzia della sentenza di primo grado, dal magistrato di sorveglianza; prima della pronunzia della sentenza di primo grado, dal giudice istruttore, durante l’istruttoria formale; dal pubblico ministero, durante l’istruzione sommaria e, in caso di giudizio direttissimo, fino alla presentazione dell’imputato in udienza; dal presidente, durante gli atti preliminari al giudizio e nel corso del giudizio; dal pretore, nei procedimenti di sua competenza; dal presidente durante gli atti preliminari al giudizio e nel corso del giudizio; dal pretore, nei procedimenti di sua competenza; dal presidente della corte di appello, nel corso degli atti preliminari al giudizio dinanzi la corte di assise, fino alla convocazione della corte stessa e dal presidente di essa successivamente alla convocazione.

L’autorità giudiziaria competente ai sensi del comma precedente può disporre, quando non vi sia pericolo di fuga, che i detenuti e gli internati trasferiti in ospedali civili o in altri luoghi esterni di cura con proprio provvedimento, o con provvedimento del direttore dell’istituto nei casi di assoluta urgenza, non siano sottoposti a piantonamento durante la degenza, salvo che sia necessario per la tutela della loro incolumità personale.

Il detenuto o l’internato che, non essendo sottoposto a piantonamento, si allontana dal luogo di cura senza giustificato motivo è punibile a norma del primo comma dell’art. 358 del C.P.

All’atto dell’ingresso nell’istituto i soggetti sono sottoposti a visita medica generale allo scopo di accertare eventuali malattie fisiche o psichiche. L’assistenza sanitaria è prestata, nel corso della permanenza nell’istituto, con periodici e frequenti riscontri, indipendentemente dalle richieste degli interessati.

Il sanitario deve visitare ogni giorno gli ammalati e coloro che ne facciano richiesta; deve segnalare immediatamente la presenza di malattie che richiedono particolari indagini e cure specialistiche; deve, inoltre, controllare periodicamente l’idoneità dei soggetti ai lavori cui sono addetti.

I detenuti e gli internati sospetti o riconosciuti affetti da malattie contagiose sono immediatamente isolati. Nel caso di sospetto di malattia psichica sono adottati senza indugio i provvedimenti del caso col rispetto delle norme concernenti l’assistenza psichiatrica e la sanità mentale.

In ogni istituto penitenziario per donne sono in funzione servizi speciali per l’assistenza sanitaria alle gestanti e alle puerpere.

Alle madri è consentito di tenere presso di sé i figli fino all’età di tre anni. Per la cura e l’assistenza dei bambini sono organizzati appositi asili nido.

L’amministrazione penitenziaria, per l’organizzazione e per il funzionamento dei servizi sanitari, può avvalersi della collaborazione dei servizi pubblici sanitari locali, ospedalieri ed extra ospedalieri, d’intesa con la regione e secondo gli indirizzi del Ministero della sanità.”.

  • Questi due articoli 9 e 11 specificano con chiarezza che i detenuti sono perfettamente tutelati e seguiti nelle indagini mediche, quindi se tutto questo è consentito all’ interno del contesto carcerario, lo è anche nell’accompagnamento alla morte.

 

Siamo dell’ idea che il diritto legislativo dovrebbe andare sempre di pari passo al diritto etico; avvicinarsi alla legge morale.

Ma cos’è la morale? Morale è un termine coniato da Cicerone ed indica il –costume-. La legge morale è relativa al vivere pratico e si basa sulla scelta consapevole di due opposti: giusto-ingiusto, corretto-sbagliato, bene-male.

La libertà morale è la capacità di scegliere e operare, assumendosene in coscienza la responsabilità (responsabilità morale), in accordo con princìpi ritenuti di valore universale o contro di essi. Il senso morale è la capacità di distinguere ciò che è bene da ciò che è male, una capacità ritenuta presente in misura maggiore o minore in ogni uomo, innata oppure acquisita con l’educazione e l’esperienza. La coscienza morale invece è la consapevolezza del valore morale del proprio agire, anche come principio dell’operare.

La legge morale fa riferimento al perseguimento del Bene considerando il suo opposto, il Male.

Quando noi vediamo attuare le leggi, i codici civili, penali, leggiamo tante realtà, tante situazioni che vanno al di là e contro la legge morale, contro quello che è il giusto e l’eticamente corretto. Non vale più il bene, perché il disonesto viene tutelato alla pari dell’ onesto se non con maggiore cura. Cosa dovrebbe fare dunque l’onesto per essere difeso, per essere gratificato se, pur conseguendo il giusto, non viene tutelato? È corretto continuare a mostrarsi onesto se il disonesto viene <premiato> pur non avendo scontato la sua pena?

Non sarebbe il caso di rivedere alcune leggi dal punto di vista etico-giuridico e tutelare l’onesto più del disonesto?

Se il disonesto esce di prigione, la giustizia come tutela il cittadino che lo ha denunciato?

Convenite con me che tutto questo, ora come ora non ha senso e l’onesto teme il disonesto proprio perché non ha garanzia, tutela. Rivedere le leggi in chiave morale sarebbe opportuno: riprendere l’etica ed inserirla nei nostri codici civili, penali per far sì che il mondo ritorni a credere nel Bene. Non sarebbe bellissimo?

Ci vorrebbe più sorveglianza per tutelare e per facilitare la ricerca dei disonesti: un numero verde da chiamare per rintracciare, attraverso l’ analisi delle registrazioni delle telecamere, comportamenti non leciti, denunciare più facilmente ciò che non va senza correre rischi sulla propria pelle. Perché no, pubblicare le foto dei disonesti sui giornali per evidenziare comportamenti scorretti con multe salate. Non farà molto ma l’ umiliazione di ritrovarsi sui giornali può essere d’esempio, è come avere la fedina penale sporca.

Tutelare di più l’onesto e chi lavora al servizio del giusto con la segretezza, per evitare che chi denuncia possa mettere a rischio la propria vita e quella della famiglia.

La sicurezza di un popolo e il diritto alla vita dovrebbero essere al primo posto in una legge eticamente corretta.

Ognuno è libero di scegliere tra il bene e il male, ma se sceglie una delle due strade deve avere ben chiaro ciò a cui va incontro, nel bene e nel male.

Sulla questione della scelta vorremmo approfondire ciò che spinge certe persone ad agire in determinati modi, quali i vissuti interiori e quali le predisposizioni innate.

Noi esseri umani, affinché il principio morale fondamentale diventi universale e valga anche per la ‘legge giuridicamente corretta’, dovremmo tutti acquisire una coscienza morale che ci dovrebbe portare a ragionare con questa frase: -agire in maniera che ogni azione (soggettiva) possa diventare legge universale (oggettiva) e sia d’esempio anche sul piano pedagogico-.

 


BIBLIOGRAFIA

Costituzione Italiana

http://www.camera.it/application/xmanager/projects/leg17/attachments/upload_file/upload_files/000/000/002/costituzione.pdf

http://www.nascitacostituzione.it/02p1/01t1/027/index.htm?art027-999.htm&2

http://presidenza.governo.it/USRI/ufficio_studi/normativa/L.%2026%20luglio%201975,%20n.%20354.pdf

http://www.questionegiustizia.it/articolo/riina_la-suprema-corte-e-lo-stato-di-diritto_06-06-2017.php

http://www.questionegiustizia.it/doc/Sentenza_Cass_Pen_n_966_2017.pdf

https://www.senato.it/1025?sezione=120&articolo_numero_articolo=27

http://www.treccani.it/vocabolario/morale1/

Progetto – La didattica a scuola-

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Recentemente ho potuto seguire un seminario riguardante i bambini ad alto potenziale. Ho anche acquistato il libro a cura della professoressa Maria Assunta Zanetti dal titolo “Bambini e ragazzi ad alto potenziale – Una guida per educatori e famiglie”, libro che ho trovato molto interessante perché offre spunti pedagogici sia per tutti i bambini BES, ma, penso proprio sia utile anche per i normodotati.

Qui di seguito i link per ascoltare quanto si è detto nelle due giornate seminariali.

Prima giornata:
1 https://youtu.be/IsdJw_rlwTA
2 https://youtu.be/CN2FCt7ya1Q
3 https://youtu.be/dack1qhIwzE
4 https://youtu.be/6pZg0rZY1bU
5 https://youtu.be/XwHRnEX_RPg 6 https://youtu.be/a52onSRzuM8
7 https://youtu.be/jUl6lFAgGGU
8 https://youtu.be/tbb5owBA9nw
9 https://youtu.be/IkvBWBvFMZM 10 https://youtu.be/guSeXrNzQXg 11 https://youtu.be/GDt2SALe7ss 12 https://youtu.be/TUuRyLlmi5o 13 https://youtu.be/W_uSDqzApMk 14 https://youtu.be/iTzpgdkeLb4 15 https://youtu.be/BizjOOYaGjE 16 https://youtu.be/pgtav3aczTA 17 https://youtu.be/XwvBz_RMHac 18 https://youtu.be/iIeCV86rIgw
19 https://youtu.be/_U_OHl0knKo 20 https://youtu.be/4KyminP4Xr0 21 https://youtu.be/_mgTnwlZSok 22 https://youtu.be/V10ILD70NIs 23 https://youtu.be/syzNiiclBS0
24 https://youtu.be/GaIS6V4-pH4 25 https://youtu.be/fdGE7rKVlEM 26 https://youtu.be/gNSsveacIiI

Seconda giornata:
1 https://youtu.be/utxSZw1bBvk
2 https://youtu.be/mWnsCVuOs0k 3 https://youtu.be/stKNzStB3Xg
4 https://youtu.be/Yg3qFWsIwjc
5 https://youtu.be/22GvODH6KcA 6 https://youtu.be/1C791ED7FR8
7 https://youtu.be/Qr75j5gVl0k
8 https://youtu.be/BPZysS2bpNU
9 https://youtu.be/9Yu3OlKUvkU 10 https://youtu.be/4ZbWHXBFLII 11 https://youtu.be/rfD1Jn2o9Qs 12 https://youtu.be/GTtGeOfBTRc

13 https://youtu.be/A_UnFagrF2Y 14 https://youtu.be/7drjWOAHQCg 15 https://youtu.be/98ZYcBSuDNI 16 https://youtu.be/j-OXAGVj3AY 17 https://youtu.be/25L_EgY5mUk 18 https://youtu.be/c-hANrxNp58

Facciamo una sintesi per capire chi sono questi bambini e come poter lavorare per migliorare il contesto classe prima che sia troppo tardi. Facciamo prima un’analisi dei termini in uso.
Definiamo prima di tutto cosa significa -dotazione-. È un termine che indica le attitudini che un soggetto sviluppa e manifesta spontaneamente, senza apprendimento specifico, in un ambito. Il -talento- invece è legato ad abilità o conoscenze sistematiche che l’ individuo sviluppa in un determinato settore, campo specifico.

I -plusdotati- sono coloro che manifestano un’abilità generale al di sopra della media o sono dotati di un talento eccezionale in un campo specifico. Non sono necessariamente più intelligenti ma hanno una struttura di pensiero nel ragionamento differente dalla norma.

Con il termine -genio- invece indichiamo colui o colei che ha un livello straordinario di prestazioni molto elevate producendo qualcosa di originale e creativo in ambiti difficilmente misurabili come l’ambito artistico.

I bambini plusdotati rientrano nella categoria dei BES, hanno infatti bisogno di un supporto specifico in quanto sono più avanti degli altri in alcune discipline. Si dovrebbe proiettare l’alunno verso materie più avanzate, salti di classe, in classi “differenti” che non corrispondono a quelle previste per la sua età anagrafica.

Una delle caratteristiche principali dei plusdotati è che facilmente si stancano, si annoiano di fare ciò che la routine prevede. Bisogna motivarli, rendere l’argomento accattivante, sfidarli.
I plusdotati hanno anche la caratteristica che, se non valorizzati, cadono in insuccessi scolastici che risulteranno poi molto dannosi nell’ambito dell’ apprendimento didattico.

Come riconosciamo un plusdotato, quali sono le sue caratteristiche?

  • Ampio vocabolario e frasi complesse
  • Attenzione sostenuta
  • Eccezionale capacità di memoria e disponibilità di molte informazioni
  • Curiosità ed interrogativi
  • Svariati interessi
  • Creatività e immaginazione vivida ( compagni e mondi immaginari )
  • Ideazioni di giochi
  • Autodidatti: lettura, scrittura, calcolo
  • Precoci e più rapidi negli apprendimenti
  • Elevato senso dell’ umorismo, sarcasmo
  • Profonda intensità e sensibilità emotiva
  • Necessità della precisione (perfezionismo)
  • Uso della logica nelle deduzioni
  • Elevati livelli di astrazione
  • Rapida individuazione degli aspetti essenziali del problema
  • Bisogno di essere mentalmente stimolati
  • Richieste di approfondimento
  • Elevato senso della giustizia e dell’equità
  • Ampio utilizzo del pensiero divergente
  • Tendenza a trovare più soluzioni ad ogni problema
  • Facile distraibilità

    Sappiamo, in base a ciò che ci dice Feldman (1991), che i bambini plusdotati tra i 18 mesi e i 4 anni entrano nella fase del pensiero simbolico. Bisogna dunque cominciare già da queste età ad insistere sull’osservazione e sulla trascrizione di lettere e numeri; avvicinarli sempre attraverso l’osservazione e la ludicità alle prime operazioni, usare la calligrafia come pretesto per giocare in maniera insolita, sono possibili tappe, di approccio didattico, attraverso cui la plusdotazione può emergere e manifestarsi attraverso il gioco.

    I bambini plusdotati amano la sfida e nel gioco trovano il modo di sfidare se stessi. Questi bambini sono così perfezionisti ed amano così tanto la perfezione da mostrarsi a volte in situazioni di ansia e panico, situazioni dovute proprio a questa continua sfida interiore che li caratterizza. Sono sfide che loro non hanno con l’esterno, sono molto autocritici e non amano l’errore. Ogni bambino ad alto potenziale non è uguale ad un altro. Dobbiamo comunque osservare che se tutti i plusdotati sono bambini unici ed irripetibili, lo sono anche i normodotati ed anche tutti coloro che rientrano nei programmi BES.

Questa osservazione è un pretesto non per escludere alunni dal contesto classe o per formarli seguiti da particolari insegnanti, ma è un modo che ci consente di progettare una scuola e cambiare completamente la gestione del sistema scolastico a livello didattico per far sì che nessuno sia escluso e nessuno si senta penalizzato.

Quali sono i modi per rendere -diversa- la scuola?
Prima di tutto la scuola deve attivarsi in modalità OPEN. Deve avere una piattaforma didattica dove gli studenti possono accedere quando vogliono. I bambini già dai 5 anni possono così iscriversi alla scuola primaria (elementari) ed accedere a percorsi pre-scolastici che prendono avvio da maggio per poi accedere percorso didattico formativo da settembre. Per intenderci un bambino di 5 anni può partecipare all’avvio di lezioni, sotto forma ludica, seguendo un percorso da maggio dell’anno 1 e poi a settembre, sempre dell’anno 1, iscriversi alla prima elementare. Questo solo se riesce a comprendere ciò che viene esperito tra maggio e metà giugno. In questo periodo gli insegnanti, compresi quelli di sostegno, psicologi e pedagogisti osservano i bambini per capire quale sia il percorso da intraprendere durante l’anno scolastico per ogni alunno, progettare per gli alunni il percorso più idoneo. I bambini tra maggio e giugno per entrare nella prima classe avranno a disposizione il libro di testo che verrà -illustrato- in maniera semplice e chiara dai maestri. Saranno svolti compiti semplici o complessi in base alle capacità di apprendimento degli alunni stessi che indicheranno la strada per il percorso di studi. I bambini non devono essere messi sottopressione, solo invogliati in maniera guidata e graduale a quello che sarà il programma di studi.
Tra maggio e giugno, partendo già dal passaggio dall’ infanzia alla primaria, i bambini fin dai 5 anni potranno accedere al percorso pre- scolastico che sarà seguito da docenti precari o di seconda o terza fascia, insieme con pedagogisti e psicologi. Verrà presentato un excursus degli argomenti da trattare durante l’anno, si produrranno cartelloni che illustrino gli argomenti del percorso didattico e verranno valutati i bambini e le loro capacità sotto i vari aspetti individuali. Far sfogliare anche semplicemente i libri, farli immergere nella materia, aspettando che pongano domande e ascoltare le deduzioni è importante ai fini di una impostazione didattica ottimale.

Questo percorso da maggio a giugno accompagnerà tutte le classi per comprendere meglio se il bambino può accedere ad un livello altamente superiore o proseguire nel percorso predefinito.
Anche le classi saranno OPEN, quindi se un bambino mostra alte capacità in determinate materie, potrà andare nella classe dove si studia la stessa materia in maniera più avanzata. Per far ciò le classi devono rispettare tutte gli stessi orari per ogni materia, ogni classe avrà il suo docente di matematica, di italiano, di artistica… in questo modo i docenti possono concentrarsi su pochi alunni e lavorare meglio, sviluppare le competenze di ognuno, non sovraccaricarsi; i bambini possono porre domande, comprendere meglio le lezioni, chiedere aiuto all’ insegnante, essere seguiti amorevolmente.

In ogni classe ci sarà il docente di sostegno che supporta il docente curricolare ed il bambino problematico in percorsi individuali e di integrazione sempre all’ interno della stessa. Non c’è infatti esclusione dal contesto classe.

I bambini hanno la possibilità di lavorare in gruppetti, possono utilizzare il metodo critico-filosofico all’ interno dei percorsi di studio, autovalutarsi per la crescita individuale e di gruppo.
Non importa se il bambino ad alto potenziale accede a percorsi dove ci sono alunni più grandi, essendo le classi open potrebbe trovarsi anche con altri della sua stessa età.

Infine la scuola deve avere a disposizione una piattaforma didattica, dove gli alunni possono accedere ed effettuare i relativi compiti da portare il giorno successivo in classe. I compiti possono essere alcuni da svolgere su piattaforma, altri, la maggior parte, devono essere solo delle tracce riguardanti compiti da svolgere esclusivamente a mano. È fondamentale infatti che il bambino si alleni ad adoperare carta e penna e non si impigrisca o diventi dipendente dalla macchina –computer-. Il linguaggio si sviluppa anche attraverso la creatività e la manipolazione. Saper usare la mente e le dita per effettuare calcoli, saper usare la penna e saper scrivere, rendono il bambino più intelligente. Bisogna privilegiare anche l’ora di musica e l’ora di artistica, fondamentali per la crescita del bambino e lo sviluppo del pensiero astratto, critico-creativo e di quello logico insieme. Durante il periodo estivo il bambino non deve assopirsi, verranno caricate su piattaforma delle esercitazioni, che non riempiano totalmente le giornate dei bambini ma li facciano sentire ricettivi: diari di bordo che

devono stimolare le capacità logico-matematiche, quelle linguistiche attraverso la creazione di poesie che si basino sul proprio vissuto “estivo”, cruciverba sugli argomenti studiati, rebus; esercitazioni scientifiche che attivino la curiosità e l’osservazione su ciò che li circonda, per esempio su forme di piante incontrate nel periodo estivo… non dimentichiamo di esercitare la lingua straniera con canzoni inventate o poesie tradotte. Per il resto, il periodo estivo è fatto anche per oziare e divertirsi. La noia, inoltre, nei bambini plusdotati, stimola la creatività.

Questo approccio multidisciplinare e multiproblematico risolve oltre il problema di inserimento e di evoluzione dei singoli alunni, anche il problema del precariato. I docenti hanno la possibilità di attivarsi fin da subito interagendo con altre figure specializzate. Questo distribuisce, sui vari ruoli, il lavoro e le responsabilità non gravati tutti sul docente curricolare ma, attraverso la cooperazione, permette di costruire un percorso ottimale per ogni singolo alunno.

Bisogna utilizzare delle strategie pratiche, valorizzare le competenze degli alunni, invogliarli a fare meglio, premiarli con frasi che lo rendano più ricettivo e non lo disorientino portando a mollare per la troppa complessità. I bambini ad alto potenziale in particolare, a volte mollano per la troppa complessità non perché la complessità non li piaccia o li spaventi, ma perché se la complessità prevede troppe fasi, troppe elaborazioni, il bambino può sentirsi frustrato perché non sa da dove cominciare o come dimostrare, con il poco materiale che ha, quello che è nella sua testa e che è diventato ingestibile. Un buon insegnante dovrebbe cogliere l’opportunità attraverso il dialogo, ascoltare il bambino e fornirgli il materiale necessario per realizzare quello che ha nel suo progetto mentale. Rendiamo la scuola dal punto di vista didattico OPEN. Sarebbe un buon inizio per valorizzare tutti.

 

BIBLIOGRAFIA: Maria Assunta Zanetti, a cura di, (2017), Bambini e ragazzi ad alto potenziale – Una guida per educatori e famiglie, Carocci Faber, pp. 19, 20, 59, 100-101, 104-108, 112, 113, 123, 131.

LA POLITICA DEI MASS MEDIA E DEI SOCIAL MEDIA

 

 

Di

Nancy Nitti

 

“Arrivano gli immigrati, c’è bisogno di accoglienza! Portate indumenti, pappette per bambini, scarpe e vestiti di stagione! C’è bisogno della collaborazione di tutti!”

 

Questo è quello che oggi leggo sui social ed ascolto in tv. Come sempre si scatenano frasi di questo tipo che fanno pensare ad una mentalità altruistica.

C’ è stata la giornata dedicata alla famiglia il 15 maggio, ma non ho letto né sentito alcuna iniziativa a favore.

Sarà un caso che le informazioni passate sui social non le abbia lette? No, non è un caso, sui social l’algoritmo determina ciò che deve essere visualizzato, per poi scatenare le dovute contestazioni. Una cosa è certa, questa giornata non è stata sponsorizzata né sui social né in tv, nemmeno quanto il tempo che si dedica ai temi di accoglienza, di omofobia, di legalizzazione e dei benefici delle droghe o quant’altro.

È questione di marketing che sponsorizza determinate cose, spostando la solidarietà su altri interessi, interessi che danneggiano la stessa famiglia sul nascere. Si vuole promuovere una politica totalizzante ed accentratrice: ignorare certe cose per far emergere altri problemi sociali di secondaria se non proprio di terziaria importanza.

Vi siete chiesti perché lo Stato in prima persona non provveda affinché questi immigrati che vengono in Italia non abbiano indumenti e cibo a sufficienza? Vi siete chiesti perché gli stranieri hanno più agevolazioni di noi, mentre gli italiani stentano ad andare avanti e portare a casa il pane per la propria famiglia? Vi siete mai chiesti perché dobbiamo accoglierli invece di aiutarli a lottare per farli rimanere nelle loro terre? Vi siete chiesti cosa fanno una volta arrivati qui? Vi siete chiesti perché è più importante parlare di omofobia, estendere le unioni anche agli omosessuali invece di risolvere i problemi legati ad una famiglia che non può nascere perché non ha lavoro? Vi siete mai chiesti perché gli immigrati e gli extracomunitari possono ritornare nelle loro terre, e con quali soldi, mentre noi italiani non possiamo permetterci un viaggio nemmeno una volta ogni tanto? Il motivo è che sono tutti interessi economici, di potere.

Quando si pensa che tutti questi comportamenti sono sbagliati, quando si vede oltre quello che la politica propone come modo di vedere sbagliato, si viene etichettati razzisti, ma il vero razzismo sta in questi gesti, nell’etichettare chi non la pensa così, nello spostare l’attenzione da ciò che è di primaria importanza a ciò che non lo è, o lo è relativamente.

Chiediamoci se vogliamo questa società per i nostri figli, ponetevi queste domande ed una volta tanto ribellatevi a questa sporca politica di sinistra accentratrice di interessi che non fa vivere dignitosamente nessuna persona.

 

GENITORI E FIGLI: QUANDO IL RAPPORTO DIVENTA INGESTIBILE

 

 

Di

Nancy Nitti

 

 

Molte volte i ragazzi pensano: ma possibile che sia nato proprio in questa famiglia? Che mi siano stati affidati certi genitori?

Ci sono genitori che molto spesso si nascondono dietro ad una buona educazione, ma in realtà non sanno educare.

Essere genitori non significa infatti opprimere i propri figli con atteggiamenti che si celano sotto un atteggiamento protettivo o iperprotettivo. Molto spesso questi atteggiamenti che i genitori attuano, sono una vera e propria sottomissione.

Questo accade soprattutto nelle famiglie con genitori divorziati o separati, dove gli stessi genitori tendono a scaricare le colpe dei comportamenti dei propri figli sul genitore assente o comunque sulla famiglia dell’altro che non è presente, denigrandolo con frasi non sempre veritiere e poco gentili come: -assomigli a tua madre, a tuo padre, hai preso dalla famiglia loro, da me non hai preso nulla-.

Da una parte si cerca di tenersi stretto il figlio, dall’altra lo si vorrebbe inconsciamente mandare via perché: -ci rovina la vita!-. Questo atteggiamento oppressivo lo manifestano scaricando le colpe di ogni cosa sul proprio figlio che ne risente manifestando insicurezze che, man mano che passano gli anni, aumentano. Dire frasi come: sei incapace, sei un incompetente, non sai fare nulla… fanno sì che il ragazzo acquisisca dentro di sé quelle parole, scatenando una convinzione di -essere incapace veramente-. Se in più aggiungiamo frasi del tipo: -io ho dato tutto per te e non ho ricevuto niente in cambio-, questa è una vera e propria violenza psicologica che si inculca nel figlio.

Come fare per evitare questo? Il genitore dovrebbe ritrovare un suo equilibrio interiore, farsi un bell’esame di coscienza e un’attenta analisi sulle parole che dice durante il giorno al proprio figlio. Mettere per iscritto ciò che dice e le risposte che riceve e magari, se vedete un atteggiamento remissivo da parte del ragazzo, fate intervenire persone competenti come un counselor esperto in ambito pedagogico o se la cosa si evolve in una situazione ingestibile, rivolgersi ad uno psicologo per una terapia sia individuale che di gruppo, quello familiare. Una buona educazione parte da una mente non violenta e psicologicamente equilibrata. Se una persona ha delle frustrazioni interiori non potrà educare in maniera corretta, tenderà a sottomettere l’altro con umiliazioni creando una dipendenza psicologica.

Mi raccomando genitori, le regole di sono: controllare i propri figli nelle azioni quotidiane, seguirli in ciò che loro amano fare per evitare che si chiudano a riccio, se si notano atteggiamenti sospetti come segni sul corpo, indagare sul problema portandolo dal medico per fare accertamenti clinici, e soprattutto non improvvisate con rimproveri umilianti. Il rimprovero deve accompagnare solo un’azione sbagliata: fare del male a qualcuno, prendersi gioco di qualcuno, non occuparsi della propria stanza, non saper gestire qualcosa, non svolgere i compiti… e tanto altro. È bene sempre fare riferimento comunque a persone che hanno competenze nel settore e che ne sanno più di voi. Quando poi vedete che in tv o in internet girano articoli particolari, allarmatevi e parlatene con loro, con esperti, non lasciate passare la cosa inosservata, soprattutto se dopo quella cosa notate dei cambiamenti sui vostri figli.

Scandite la giornata dei vostri figli in maniera che abbiano una giornata piena di cose da fare, comprese le distrazioni che non comportino troppo intrattenimento sul computer o sul cellulare. È importante impostare la giornata con delle attività che variano per non creare monotonia e assuefazione. Cercate anche voi di prendervi i vostri spazi. Realizzate delle cose che desiderate fare per evitare che il vostro spazio divenga pieno di azioni che non desiderate e che si ripercuotono poi a livello inconscio e su qualcun altro. Così si corre il rischio di scaricare in maniera immotivata le vostre frustrazioni sui vostri figli. I figli non devono essere lo sfogo delle vostre frustrazioni: quello che non avete potuto realizzare. Attivatevi piuttosto a trovare la vostra realizzazione anche con loro. La vostra responsabilità nei loro confronti non deve venire meno, neanche con un linguaggio che possa –uccidere- il divenire dei vostri figli.

Equilibrate le azioni da assumere con loro attraverso delle scelte: se il bambino non studia e voi non siete capaci di aiutarlo, non ditegli: -non sai fare nulla-, aiutatelo chiedendo alle insegnanti a chi potersi rivolgere per un supporto in una determinata materia. Se il ragazzo è cresciuto e non ha più problemi con quella materia non riprendete discorsi dal passato, non fategli pesare il fatto che voi avete dato tutto per loro ma -non ho avuto nulla in cambio, solo tristezze-, questo è ancora una volta un voler scaricare le vostre frustrazioni su di lui. Pensate piuttosto in questo modo: lo porto da un insegnante ed io posso dedicarmi ad altro, qualcosa che mi piace. Non è detto che voi troviate per forza dei docenti che vogliono essere pagati, ci sono doposcuola anche gratuiti, quindi se è un problema economico, indagate sul territorio, informatevi per effettuare le giuste scelte. Ci sono tanti docenti che non hanno bisogno di altre entrate economiche al di fuori di quelle scolastiche e che lo fanno solo per passione verso quella materia.

Il vostro atteggiamento potrebbe essere dettato anche dal fatto di volere un figlio senza difetti, perfetto, bravo in tutto, che non deve commettere errori nella sua vita, perché come genitori vi sentite caricati di questa grossa responsabilità: educarlo al meglio. Questo porta ansia da prestazione nel bambino oltre all’attaccamento che lo induce ad essere perfetto a tutti i costi. Niente di più sbagliato: i figli devono vivere esperienze negative, provare a fare più cose per capire alla fine cosa vogliono, per cosa sono più portati. Non parlo di avvicinarsi ad esperienze che lo portino sulla cattiva strada, parlo di conoscenze a livello curricolare ed extracurricolare.

Se vostro figlio non è portato per una materia, non umiliatelo, fategli capire che ci sono altre materie in cui va bene. Di solito i ragazzi seguono ed amano quello che studiano se hanno una gratificazione emotiva in quella materia, in più se sono seguiti si appassionano. Per questo sarebbe opportuno che il contesto scuola cambiasse ed ampliasse il modo di operare con gli alunni integrando la didattica con l’ extradidattica.

Entrate nel mondo dei vostri figli in punta di piedi, assicuratevi che il loro percorso non diventi pieno di insoddisfazioni ma ricco di interessi. Cercate di avere fermezza nelle azioni osservando i comportamenti e valutando con gli esperti nel settore pedagogico e psicologico il da farsi.

Soprattutto ricordate che la vita dei vostri figli è importante quanto la vostra, quindi non mettetevi in secondo piano. Eviterete così momenti di rabbia incontrollata nei confronti dei vostri figli per non aver realizzato i vostri sogni o perché non sono come li vorreste. Questo non vuol dire non avere responsabilità nei confronti dei vostri figli. Quello che diventano è anche merito vostro, nel bene e nel male. Ponete quindi per iscritto sia le cose che accadono in famiglia quelle che vedete e quelle che non vedete, il perché non le vedete, le cose che dite ai vostri figli e le risposte che ricevete. Solo così avrete le risposte al perché vostro figlio si comporta in un certo modo. Non deresponsabilizzatevi delegando le colpe su di loro, né sovraccaricandoli di responsabilità sia per non aver raggiunto determinati obiettivi che voi vi eravate prefissati per loro, sia per averli raggiunti ma non come voi ve li eravate immaginati.

TRAGUARDI DI IDEE

 

 

Di

nancy nitti

 

 

Molto spesso quando si scrive qualcosa, si deve necessariamente riportare la fonte da cui si attinge l’ informazione.

Non è consentito esprimere o dare idee proprie, siamo sempre legati al passato: lo ha detto tizio, lo ha detto caio.

È vero che il passato serve per andare avanti, serve per stimolare le menti e migliorarsi, ma non sempre quello che noi abbiamo pensato, possiamo recuperarlo dalle innumerevoli idee di altri che ci hanno preceduto.

Gli studenti vanno a scuola o all’ università, seguono corsi di formazione, per avere delle basi, proprio per far sì che conoscano la società del passato. Nella scuola per esempio la geografia serve per conoscere i benefici, le coltivazioni che ogni territorio possiede. Si potrebbe pensare addirittura di proporre laboratori coordinati tra scienze e geografia.

Voglio sottolineare il fatto che i bambini, se non andassero a scuola, non avrebbero conoscenze su argomenti passati e presenti, ma avrebbero comunque in loro una grande apertura mentale che bisogna cercare di coltivare e non sminuire o deprimere contestando, ma cercando di ragionare ed entrare nella loro testa: perché ha detto quella determinata cosa; capire il tipo di ragionamento che ha fatto nella sua mente per arrivare ad una determinata deduzione. La mente della persona che ha studiato infatti è fin troppo strutturata da concetti ed informazioni che lo condizionano.

La scuola di ieri e di oggi non sollecita con percorsi adeguati l’ impegno del bambino, non lo premia per aver raggiunto qualcosa, ecco perché si tende a preferire la ricreazione alla lezione. La ricreazione ha come premio la merendina.

Giocare non significa non impegnarsi durante lo svolgimento di una determinata attività, in questo caso, in classe la materia. Giocare significa determinare dei traguardi da raggiungere. Ed è proprio questo che la scuola di oggi e di ieri non fa e non ha mai fatto nel contesto curricolare ma solo nei laboratori.

Con l’eliminazione di voti e dei giudizi, questo modo di vivere la scuola non dico che sia peggiorato ma non da’ modo per valutare gli stessi, non dà motivazione agli stessi. È vero che ognuno ha un apprendimento diverso e che la valutazione attraverso il voto è penalizzante perché tende ad uniformare l’apprendimento. Proprio per questo la valutazione deve essere improntata con un metodo diverso: non solo su ciò che è giusto o sbagliato nei concetti di studio, ma anche su come -ci sono arrivato-, il perché delle mie deduzioni, tutto attraverso il gioco fatto di step. La lezione può essere svolta sia da seduti che in piedi, con vari strumenti e con diverse metodologie, in base all’argomento da trattare. Un esempio potrebbe essere quello di far strutturare al bambino dei cruciverba, rebus sull’argomento studiato.

Creare il giornalino scolastico con vari giochi e varie domande da porre, o inserire le ricerche fatte dagli stessi alunni, o ancora elaborare delle conferenze sugli argomenti di studio dove i bambini si preparano come relatori può essere l’alternativa alle interrogazioni. Utilizzare metodi vari ed alternativi alla classica interrogazione non avviene in tutte le scuole, proprio perché c’è l’autonomia nel gestire i percorsi didattici. Sembra scontato ma non lo è, molte scuole non adottano queste metodologie nella didattica.

Spronare il bambino, accompagnarlo al ragionamento, ad esprimersi come meglio sente, dopo che il docente ha spiegato la lezione, è un modo per sollecitare la curiosità che è in lui raggiungendo l’obiettivo, il voto finale. Fissare dei punti, step-guida da raggiungere, segnare un percorso non troppo strutturato è molto meglio che non insegnare al bambino la progettazione attraverso il coding.

Portare il bambino ad una valutazione sapendo che un determinato risultato porta ad un determinato punteggio, non vuol dire che il bambino che ha dei deficit non possa arrivare ad altre soluzioni, lui avrà un altro punteggio, un punteggio che non verrà valutato come voto ma come traguardo raggiunto.

Solo dopo l’ insegnante illustrerà il risultato che non sarà vincolante al fine del giudizio finale. Il giudizio finale sarà esclusivamente dettato dall’ impegno che ogni bambino mette nel portare a compimento un determinato esercizio, un determinato compito. Naturalmente se non c’è impegno, verrà valutato in maniera coerente. Nessun bambino comunque non si impegna nel gioco, soprattutto se il metodo di gioco è vario e lui può inserirsi come meglio crede nello svolgimento dello stesso. Il gioco deve avere infatti diverse opportunità di approccio per coinvolgere tutti in ugual modo. L’ impegno è nelle capacità del bambino non in quello che l’ insegnante recepisce o vuole che si faccia.

Può essere un prodotto di illustrazioni, temi, racconti a voce, poesie, strutturazione di cruciverba o altri giochi simili… l’ importante è comunicare all’ insegnante il processo che si è strutturato e come lo si è strutturato.

L’ insegnante avvierà degli step che il bambino dovrà rispettare come regole per arrivare all’ obiettivo. Questo è –giocare- in classe con le materie.

Questo è incentivare il ragionamento mischiandolo con la creatività.

 

 

UNA PEDAGOGIA PER L’ITALIA A MISURA DI BAMBINO

di nancy nitti

 

Da anni parliamo di cambiamenti all’ interno della nostra società per il futuro dei nostri bambini, bambini che hanno diritto di crescere in un mondo migliore.

Poi leggiamo notizie come quella del -macabro gioco- blue whale e ne rimaniamo sconvolti.

A questo punto mi chiedo perché tanto clamore? Esistono anche le sette. Abbiamo voluto noi tutto questo.

La verità è che non solo i bambini ma tutti non veniamo più tutelati da nessuna legge, il mondo deve fare notizia per andare avanti.

Dal punto di vista biologico la nostra vita è scandita da età. Dal punto di vista pedagogico si analizzano queste età, si ipotizzano delle regole affinché queste età, nell’evoluzione dell’ uomo, vengano rispettate.

C’è poi l’uomo che vuole diventare leader politico e, nonostante non sia di sua competenza, pur di avere un tornaconto di potere ed economico, modifica determinate regole mettendo confusione con nuove proposte le regole giuste. Bisogna per questo riprogettare un iter perché l’ uomo non si perda nella marea di informazioni che nascono con il passare degli anni. Le regole ed i valori sono sempre quelli ma purtroppo con internet questi valori vengono sminuiti per dar spazio a false necessità.

Lo stesso adeguamento delle vecchie generazioni con le nuove tecnologie, sono un punto da non sottovalutare in quanto hanno più esperienza dei giovani ma i giovani, avendo più esperienza con le nuove tecnologie, prendono il sopravvento in un determinato settore, credendo di sapere di più, credendo che, facendo ricerche online, possono avere gli stessi risultati, informazioni, di chi ha studiato per anni su determinati argomenti.

L’era di internet è vero che avvicina a determinate realtà, ma la maggior parte delle volte passa informazioni sbagliate che non tutti sono capaci di cogliere come tali.

Non c’è la fruizione equa delle notizie, la stessa informazione la legge sia la persona sensibile che lo psicopatico. Anche la -casualità- di ciò che passa sotto gli occhi danneggia il nostro modo di vedere le cose.

Oggi più che mai la nostra società ha bisogno di regole ben definite. Tutti siamo un po’ bambini con l’ inesperienza in determinate realtà. L’avvento di internet ci rende tutti bambini, scolari, ed è per questo che c’è necessità di porre dei limiti, non solo per i più piccoli, scandendo la loro giornata con regole, ma anche per gli adulti.

Per i bambini sarebbe necessario almeno mettere dei paletti nelle ore di studio e notturne, cercare di togliere il cellulare in quelle ore perché il livello di concentrazione non deve superare un certo numero di ore. Il livello di distrazione è accentuato se il cellulare ed i relativi contenuti interferiscono nel percorso formativo o notturno, necessari al bambino per una sana crescita ed un sano sviluppo fisico ed intellettivo.

Il dott. Federico Tonioni, responsabile presso il Policlinico Gemelli di Roma del primo centro pediatrico che si occupa delle dipendenze da internet, ci spiega che “i bambini vengono trattenuti di più dagli schermi interattivi”, così facendo perdono due cose: “uno è il rispecchiamento emotivo, che significa guardarsi negli occhi e pensare alla stessa cosa. Serve per crescere. Due, un’ assenza fisica intorno a loro”. Internet ha cambiato il nostro modo di vivere il tempo perché, con il multitasking, nello stesso momento ci si illude di poter fare trenta cose, che non è correlato alla produttività né alla maggiore capacità di concentrazione, ma ad una maggiore possibilità di distraibilità. Continua dicendo che noi eravamo abituati a confrontarci con due grosse frustrazioni, queste sono: la capacità di attendere e la capacità di stare soli. La capacità di attendere è quella che permette di desiderare e di non essere compulsivo. Termina il suo discorso dicendo che i bambini hanno bisogno di essere pensati, accuditi, seguiti cosa che non avviene quando li lasciamo davanti al computer.

Veniamo a noi, vivere la solitudine serve per ragionare, ognuno di noi ha bisogno di momenti di solitudine, ma i ragazzi al giorno d’oggi non vivono più questa dimensione, non hanno modo di riflettere perché c’è internet a portata di mano che fornisce loro una risposta impersonale, guidata, al fine di avere un risultato ben preciso, mirato, attraverso il continuo lavaggio del cervello.

Questo avviene non solo sui bambini e adolescenti, ma anche sugli adulti che recepiscono attraverso internet solo quello che internet filtra. Questo è il gioco della politica del più forte, di quello che investe di più in denaro per promuovere determinate idee.

Per questo c’è bisogno di un’educazione ed una rieducazione all’ illusorio interattivo. Interattivo indica qualcosa che avviene da entrambe le parti, una reciprocità d’azione che in realtà è fasulla in quanto vi è un messaggero e uno che recepisce l’ informazione e la rielabora a modo suo. I messaggi di chi lavora in internet sono strutturati in maniera tale da persuadere attraverso una serie di informazioni dirette ed indirette, tutte finalizzate per raggiungere lo scopo finale. La reciprocità dell’ interazione è data dalla risposta che ha chi riceve l’ informazione e da come la rielabora.

Proprio per questo, in una società dove mancano regole ben definite, per il caos che si genera all’ interno della rete, perché bombardati da continui stimoli, nascono abitudini e giochi sociali pericolosi che non siamo in grado di gestire come il blue whale. La censura deve essere la prima cosa da fare. La poca conoscenza dei minori ma anche degli adulti nell’era della realtà digitale crea una realtà isolata sempre più a portata di mano.

Perché amiamo giocare? Perché amiamo la sfida, amiamo le regole che ci vengono imposte, senza regole non c’è divertimento, non c’è ragionamento, non c’è coscienza, non c’è un mettersi alla prova.

È difficile uscire da queste dipendenze, solo le regole sociali possono interrompere tutto questo processo di autodistruzione delle menti.

C’è bisogno di una società dove le leggi illustrino regole ben precise che devono essere rispettate. Se queste regole vengono infrante e non si verifica nessun cambiamento, nessuna punizione evidente, le regole non servono a nulla. Il potenziamento, il rafforzamento di certi concetti è dato dall’azione giusta e dall’azione sbagliata e le relative conseguenze per l’ una o per l’altra azione.

Se non ci fossero state delle regole sul modo di camminare: mettere un piede davanti all’altro, un passo dopo l’altro, noi non riusciremmo ad andare avanti, saremmo rimasti tra le braccia di nostra madre. È lo spirito di sopravvivenza che detta le regole: camminare, nutrirsi, parlare… le regole sociali sono anch’esse regole per la sopravvivenza ed è giusto che impariamo ad utilizzarle nel nostro vivere quotidiano.

PEDAGOGIA ED IL GIOCO DELLA BALENA ARENATA

 

 

Di

Nancy Nitti

BLUE

 

Su Facebook circola il video delle Iene riguardo la Blue Whale: suicidarsi per gioco: http://www.video.mediaset.it/video/iene/puntata/viviani-blue-whale-suicidarsi-per-gioco_721232.html.

Data la mia professione non posso rimanere indifferente e tacere, devo necessariamente scrivere, anche se poche righe, delle considerazioni a riguardo.

 

Il problema che emerge è un problema non solo genitoriale, ma soprattutto sociale. Le regole le crea la società, prima del genitore. Se la società è malata, anche chi è dentro, per rispettare tali regole, lo sarà. Che questo -gioco-, chiamiamolo in maniera errata così, sia arrivato fino a noi non mi stupisce più di tanto, il problema è che non si faccia nulla per fermarlo. Non sono stupefatta di quello che si vede: sui social circola di tutto. Il problema è che non c’è selezione in quello che viene pubblicato, tutto in nome della -notizia che fa notizia-. Solo così c’è incremento e c’è guadagno.

Sappiamo perfettamente quanto gli adolescenti siano facilmente influenzabili dalle mode: la moda è sinonimo di adeguamento ad uno stile condiviso. Non dobbiamo meravigliarci se questi ragazzi erano ragazzi felici e allegri per poi di colpo cadere nella depressione; questo avviene perché hanno necessità di socializzare, di assomigliarsi e, quando non ci riescono, cadono in una solitudine psicologica, interna. La non accettazione di determinate regole implica l’esclusione da un gruppo e se le regole sono sbagliate, malate, ed il ragazzo vuole comunque entrare nel giro, si adegua alle regole anche se non le condivide. Il problema è anche il fatto che nessuno censura, nessuno ferma questo -sterminio- perché produce vittime, patologie, su ci intervenire, in vari ambiti: da quello clinico a quello sociale.

Non possiamo dunque scaricare la colpa esclusivamente sui genitori che non possono seguire i loro figli nei vari contesti per motivi lavorativi, a loro possiamo solo rivolgerci dicendo di osservare attentamente i propri figli, dialogare di più con loro, non solo sui minorenni. Entrare nelle loro chat, nei loro computer, non devono essere considerati violazioni di privacy, non bisogna essere invadenti, bisogna solo assicurarsi che non ci siano atti intimidatori, una tutela per capire il loro giro amicizie. Bisogna denunciare le anomalie che si notano, non tapparsi la bocca perché le notizie non devono essere censurate ma emergere. Il problema dev’essere eliminato, non bisogna assecondarlo.

Gli stessi adolescenti-amici dovrebbero denunciare fatti qualora venissero a conoscenza di strani episodi.

Il problema dell’adolescenza è complesso in quanto si trova in una fase di transito tra l’essere completamente dipendenti dal genitore all’essere indipendenti, almeno su carta d’identità, per la maggiore età.

Gli studi però ci fanno presente che una persona emotivamente provata, può continuare ad aver necessità di un supporto non solo psicologico anche dopo la maggior età. C’è bisogno di una società aperta e collaborativa, perché il benessere del singolo è benessere per l’intera società stessa. Per questo è importante che il sociale non sia manipolato da persone che vogliono ‘lucrare’ su determinate realtà e che ‘creano i problemi’ ad hoc per poi far sì che le persone abbiano una dipendenza da queste figure socialmente utili e a servizio della comunità. Ognuno deve avere la sua -dimensione attiva-, nel -rispetto dell’altro-.

La questione adolescenziale è complessa, l’adolescente necessita di fiducia e autonomia nei limiti del possibile: l’adolescente richiede momenti di socializzazione e momenti di solitudine. Con l’era dei social network abbiamo una solitudine socializzante: una socializzazione filtrata che attraversa il mondo interiore, quello della solitudine. I bambini e gli adolescenti si chiudono in camera e si mettono alla ‘prova’, soffrono dietro uno schermo senza interlocutori ma cercando risposte autonomamente. È qui che subentra la figura destabilizzante che, non avendo ancora definito un proprio ruolo, avendo delle idee di onnipotenza dietro allo schermo, crede e si sperimenta -consigliere dei più deboli-. Queste figure hanno molto successo perché hanno un modo di porgersi e sanno essere accoglienti riguardo al problema posto, alcune hanno vere e proprie patologie psichiche e riescono a manipolare le menti più deboli fino ad indurle ad atti estremi e folli: sfruttano i problemi psicologico-emotivi della vittima, facendosi portavoci di azioni da compiere.

I ragazzi manipolati non sono necessariamente delle persone poco attive, ma sono sicuramente molto sensibili e tendono ad isolarsi se non sono capiti cercando persone nuove su internet che gli indichino una via. Questo illecito gioco è un mettersi alla prova, uno sfidare se stessi con degli atti che lo fanno apparire un leader per la generazione che rappresentano.

Ma il leader non è un capro espiatorio, non si immola per autodistruggersi ma per una giusta causa, e qui, in questo gioco non c’è nessuna giusta causa che lo renda un eroe-leader. Questo dovrebbe essere il primo punto da spiegare ai nostri ragazzi adolescenti.

Questo punto può essere spiegato esclusivamente se tra genitori, scuola e ragazzi c’è un’apertura e una condivisione su ciò che accade in classe e a casa. Infatti può capitare che a casa il ragazzo viva male, con genitori che abusano di lui. Per questo intendo parlare di apertura a 360°.

Denunciare i tutor è la prima cosa da fare: se qualcuno minaccia vendetta sugli affetti se la vittima non compie determinati atti. Queste figure non hanno lo scopo di distruggere la società ma dimostrare di avere potere, di poter cambiare le persone come se si stesse giocando ad un videogioco: controllare i movimenti, le azioni da compiere con un preciso ordine di istruzioni. Sono proprio queste istruzioni che noi genitori, educatori, pedagogisti, insegnanti, attenti alla realtà che è intorno a questi ragazzi, dobbiamo denunciare. Il ragazzo riporterà dei segni sul proprio -corpo immolato- sotto pressione psicologica. D’altra parte chi, sotto minaccia psicologica, non lo farebbe!

Un’altra azione da fare sarebbe quella di non far usare i social network ai ragazzini al di sotto dei 17 anni, ma questo è praticamente impossibile dato che ormai i social sono nelle nostre vite e ci influenzano prepotentemente; poi non è detto che un maggiorenne, non sia psicologicamente provato. Forse sarebbe addirittura corretto dire che sono più influenzabili gli adolescenti degli stessi bambini che notano le cose sotto una prospettiva di genuina giustizia.

Altra cosa su cui porre attenzione è l’ utilizzo dei televisori in casa: non permettere che i propri figli ne abbiano uno tutto per loro in camera da letto. Cercare sempre, se ne si hanno due in casa, di metterne uno nella stanza da giorno e una in cucina. Bisogna tenere sempre sotto controllo ciò che guardano i propri figli.

I minorenni sono tali e dunque è giusto che il genitore osservi le comunicazioni che riceve nei social network, sul cellulare, nei suoi diari e i libri che legge. Il genitore deve osservare il ragazzo anche nei momenti in cui si sveste, senza naturalmente invadere troppo la privacy: se si notano segni strani bisogna intervenire, prima che sia troppo tardi, ponendo domande non inquisitorie.

Bisogna instaurare un dialogo dove si possa parlare e confrontarsi, mai mettersi in atteggiamento di aggressività nei confronti dei minori, potrebbero chiudersi e lì poi è difficile recuperare il rapporto.

Gli adolescenti sono in una fase in cui sentono di dover crescere: il protagonismo e la coscienza sociale cominciano a svilupparsi, non corriamo il rischio di metterli nella condizione di dover scegliere gesti estremi, impariamo a dialogare di più con loro.