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LA POLITICA DEI MASS MEDIA E DEI SOCIAL MEDIA

 

 

Di

Nancy Nitti

 

“Arrivano gli immigrati, c’è bisogno di accoglienza! Portate indumenti, pappette per bambini, scarpe e vestiti di stagione! C’è bisogno della collaborazione di tutti!”

 

Questo è quello che oggi leggo sui social ed ascolto in tv. Come sempre si scatenano frasi di questo tipo che fanno pensare ad una mentalità altruistica.

C’ è stata la giornata dedicata alla famiglia il 15 maggio, ma non ho letto né sentito alcuna iniziativa a favore.

Sarà un caso che le informazioni passate sui social non le abbia lette? No, non è un caso, sui social l’algoritmo determina ciò che deve essere visualizzato, per poi scatenare le dovute contestazioni. Una cosa è certa, questa giornata non è stata sponsorizzata né sui social né in tv, nemmeno quanto il tempo che si dedica ai temi di accoglienza, di omofobia, di legalizzazione e dei benefici delle droghe o quant’altro.

È questione di marketing che sponsorizza determinate cose, spostando la solidarietà su altri interessi, interessi che danneggiano la stessa famiglia sul nascere. Si vuole promuovere una politica totalizzante ed accentratrice: ignorare certe cose per far emergere altri problemi sociali di secondaria se non proprio di terziaria importanza.

Vi siete chiesti perché lo Stato in prima persona non provveda affinché questi immigrati che vengono in Italia non abbiano indumenti e cibo a sufficienza? Vi siete chiesti perché gli stranieri hanno più agevolazioni di noi, mentre gli italiani stentano ad andare avanti e portare a casa il pane per la propria famiglia? Vi siete mai chiesti perché dobbiamo accoglierli invece di aiutarli a lottare per farli rimanere nelle loro terre? Vi siete chiesti cosa fanno una volta arrivati qui? Vi siete chiesti perché è più importante parlare di omofobia, estendere le unioni anche agli omosessuali invece di risolvere i problemi legati ad una famiglia che non può nascere perché non ha lavoro? Vi siete mai chiesti perché gli immigrati e gli extracomunitari possono ritornare nelle loro terre, e con quali soldi, mentre noi italiani non possiamo permetterci un viaggio nemmeno una volta ogni tanto? Il motivo è che sono tutti interessi economici, di potere.

Quando si pensa che tutti questi comportamenti sono sbagliati, quando si vede oltre quello che la politica propone come modo di vedere sbagliato, si viene etichettati razzisti, ma il vero razzismo sta in questi gesti, nell’etichettare chi non la pensa così, nello spostare l’attenzione da ciò che è di primaria importanza a ciò che non lo è, o lo è relativamente.

Chiediamoci se vogliamo questa società per i nostri figli, ponetevi queste domande ed una volta tanto ribellatevi a questa sporca politica di sinistra accentratrice di interessi che non fa vivere dignitosamente nessuna persona.

 

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GENITORI E FIGLI: QUANDO IL RAPPORTO DIVENTA INGESTIBILE

 

 

Di

Nancy Nitti

 

 

Molte volte i ragazzi pensano: ma possibile che sia nato proprio in questa famiglia? Che mi siano stati affidati certi genitori?

Ci sono genitori che molto spesso si nascondono dietro ad una buona educazione, ma in realtà non sanno educare.

Essere genitori non significa infatti opprimere i propri figli con atteggiamenti che si celano sotto un atteggiamento protettivo o iperprotettivo. Molto spesso questi atteggiamenti che i genitori attuano, sono una vera e propria sottomissione.

Questo accade soprattutto nelle famiglie con genitori divorziati o separati, dove gli stessi genitori tendono a scaricare le colpe dei comportamenti dei propri figli sul genitore assente o comunque sulla famiglia dell’altro che non è presente, denigrandolo con frasi non sempre veritiere e poco gentili come: -assomigli a tua madre, a tuo padre, hai preso dalla famiglia loro, da me non hai preso nulla-.

Da una parte si cerca di tenersi stretto il figlio, dall’altra lo si vorrebbe inconsciamente mandare via perché: -ci rovina la vita!-. Questo atteggiamento oppressivo lo manifestano scaricando le colpe di ogni cosa sul proprio figlio che ne risente manifestando insicurezze che, man mano che passano gli anni, aumentano. Dire frasi come: sei incapace, sei un incompetente, non sai fare nulla… fanno sì che il ragazzo acquisisca dentro di sé quelle parole, scatenando una convinzione di -essere incapace veramente-. Se in più aggiungiamo frasi del tipo: -io ho dato tutto per te e non ho ricevuto niente in cambio-, questa è una vera e propria violenza psicologica che si inculca nel figlio.

Come fare per evitare questo? Il genitore dovrebbe ritrovare un suo equilibrio interiore, farsi un bell’esame di coscienza e un’attenta analisi sulle parole che dice durante il giorno al proprio figlio. Mettere per iscritto ciò che dice e le risposte che riceve e magari, se vedete un atteggiamento remissivo da parte del ragazzo, fate intervenire persone competenti come un counselor esperto in ambito pedagogico o se la cosa si evolve in una situazione ingestibile, rivolgersi ad uno psicologo per una terapia sia individuale che di gruppo, quello familiare. Una buona educazione parte da una mente non violenta e psicologicamente equilibrata. Se una persona ha delle frustrazioni interiori non potrà educare in maniera corretta, tenderà a sottomettere l’altro con umiliazioni creando una dipendenza psicologica.

Mi raccomando genitori, le regole di sono: controllare i propri figli nelle azioni quotidiane, seguirli in ciò che loro amano fare per evitare che si chiudano a riccio, se si notano atteggiamenti sospetti come segni sul corpo, indagare sul problema portandolo dal medico per fare accertamenti clinici, e soprattutto non improvvisate con rimproveri umilianti. Il rimprovero deve accompagnare solo un’azione sbagliata: fare del male a qualcuno, prendersi gioco di qualcuno, non occuparsi della propria stanza, non saper gestire qualcosa, non svolgere i compiti… e tanto altro. È bene sempre fare riferimento comunque a persone che hanno competenze nel settore e che ne sanno più di voi. Quando poi vedete che in tv o in internet girano articoli particolari, allarmatevi e parlatene con loro, con esperti, non lasciate passare la cosa inosservata, soprattutto se dopo quella cosa notate dei cambiamenti sui vostri figli.

Scandite la giornata dei vostri figli in maniera che abbiano una giornata piena di cose da fare, comprese le distrazioni che non comportino troppo intrattenimento sul computer o sul cellulare. È importante impostare la giornata con delle attività che variano per non creare monotonia e assuefazione. Cercate anche voi di prendervi i vostri spazi. Realizzate delle cose che desiderate fare per evitare che il vostro spazio divenga pieno di azioni che non desiderate e che si ripercuotono poi a livello inconscio e su qualcun altro. Così si corre il rischio di scaricare in maniera immotivata le vostre frustrazioni sui vostri figli. I figli non devono essere lo sfogo delle vostre frustrazioni: quello che non avete potuto realizzare. Attivatevi piuttosto a trovare la vostra realizzazione anche con loro. La vostra responsabilità nei loro confronti non deve venire meno, neanche con un linguaggio che possa –uccidere- il divenire dei vostri figli.

Equilibrate le azioni da assumere con loro attraverso delle scelte: se il bambino non studia e voi non siete capaci di aiutarlo, non ditegli: -non sai fare nulla-, aiutatelo chiedendo alle insegnanti a chi potersi rivolgere per un supporto in una determinata materia. Se il ragazzo è cresciuto e non ha più problemi con quella materia non riprendete discorsi dal passato, non fategli pesare il fatto che voi avete dato tutto per loro ma -non ho avuto nulla in cambio, solo tristezze-, questo è ancora una volta un voler scaricare le vostre frustrazioni su di lui. Pensate piuttosto in questo modo: lo porto da un insegnante ed io posso dedicarmi ad altro, qualcosa che mi piace. Non è detto che voi troviate per forza dei docenti che vogliono essere pagati, ci sono doposcuola anche gratuiti, quindi se è un problema economico, indagate sul territorio, informatevi per effettuare le giuste scelte. Ci sono tanti docenti che non hanno bisogno di altre entrate economiche al di fuori di quelle scolastiche e che lo fanno solo per passione verso quella materia.

Il vostro atteggiamento potrebbe essere dettato anche dal fatto di volere un figlio senza difetti, perfetto, bravo in tutto, che non deve commettere errori nella sua vita, perché come genitori vi sentite caricati di questa grossa responsabilità: educarlo al meglio. Questo porta ansia da prestazione nel bambino oltre all’attaccamento che lo induce ad essere perfetto a tutti i costi. Niente di più sbagliato: i figli devono vivere esperienze negative, provare a fare più cose per capire alla fine cosa vogliono, per cosa sono più portati. Non parlo di avvicinarsi ad esperienze che lo portino sulla cattiva strada, parlo di conoscenze a livello curricolare ed extracurricolare.

Se vostro figlio non è portato per una materia, non umiliatelo, fategli capire che ci sono altre materie in cui va bene. Di solito i ragazzi seguono ed amano quello che studiano se hanno una gratificazione emotiva in quella materia, in più se sono seguiti si appassionano. Per questo sarebbe opportuno che il contesto scuola cambiasse ed ampliasse il modo di operare con gli alunni integrando la didattica con l’ extradidattica.

Entrate nel mondo dei vostri figli in punta di piedi, assicuratevi che il loro percorso non diventi pieno di insoddisfazioni ma ricco di interessi. Cercate di avere fermezza nelle azioni osservando i comportamenti e valutando con gli esperti nel settore pedagogico e psicologico il da farsi.

Soprattutto ricordate che la vita dei vostri figli è importante quanto la vostra, quindi non mettetevi in secondo piano. Eviterete così momenti di rabbia incontrollata nei confronti dei vostri figli per non aver realizzato i vostri sogni o perché non sono come li vorreste. Questo non vuol dire non avere responsabilità nei confronti dei vostri figli. Quello che diventano è anche merito vostro, nel bene e nel male. Ponete quindi per iscritto sia le cose che accadono in famiglia quelle che vedete e quelle che non vedete, il perché non le vedete, le cose che dite ai vostri figli e le risposte che ricevete. Solo così avrete le risposte al perché vostro figlio si comporta in un certo modo. Non deresponsabilizzatevi delegando le colpe su di loro, né sovraccaricandoli di responsabilità sia per non aver raggiunto determinati obiettivi che voi vi eravate prefissati per loro, sia per averli raggiunti ma non come voi ve li eravate immaginati.

TRAGUARDI DI IDEE

 

 

Di

nancy nitti

 

 

Molto spesso quando si scrive qualcosa, si deve necessariamente riportare la fonte da cui si attinge l’ informazione.

Non è consentito esprimere o dare idee proprie, siamo sempre legati al passato: lo ha detto tizio, lo ha detto caio.

È vero che il passato serve per andare avanti, serve per stimolare le menti e migliorarsi, ma non sempre quello che noi abbiamo pensato, possiamo recuperarlo dalle innumerevoli idee di altri che ci hanno preceduto.

Gli studenti vanno a scuola o all’ università, seguono corsi di formazione, per avere delle basi, proprio per far sì che conoscano la società del passato. Nella scuola per esempio la geografia serve per conoscere i benefici, le coltivazioni che ogni territorio possiede. Si potrebbe pensare addirittura di proporre laboratori coordinati tra scienze e geografia.

Voglio sottolineare il fatto che i bambini, se non andassero a scuola, non avrebbero conoscenze su argomenti passati e presenti, ma avrebbero comunque in loro una grande apertura mentale che bisogna cercare di coltivare e non sminuire o deprimere contestando, ma cercando di ragionare ed entrare nella loro testa: perché ha detto quella determinata cosa; capire il tipo di ragionamento che ha fatto nella sua mente per arrivare ad una determinata deduzione. La mente della persona che ha studiato infatti è fin troppo strutturata da concetti ed informazioni che lo condizionano.

La scuola di ieri e di oggi non sollecita con percorsi adeguati l’ impegno del bambino, non lo premia per aver raggiunto qualcosa, ecco perché si tende a preferire la ricreazione alla lezione. La ricreazione ha come premio la merendina.

Giocare non significa non impegnarsi durante lo svolgimento di una determinata attività, in questo caso, in classe la materia. Giocare significa determinare dei traguardi da raggiungere. Ed è proprio questo che la scuola di oggi e di ieri non fa e non ha mai fatto nel contesto curricolare ma solo nei laboratori.

Con l’eliminazione di voti e dei giudizi, questo modo di vivere la scuola non dico che sia peggiorato ma non da’ modo per valutare gli stessi, non dà motivazione agli stessi. È vero che ognuno ha un apprendimento diverso e che la valutazione attraverso il voto è penalizzante perché tende ad uniformare l’apprendimento. Proprio per questo la valutazione deve essere improntata con un metodo diverso: non solo su ciò che è giusto o sbagliato nei concetti di studio, ma anche su come -ci sono arrivato-, il perché delle mie deduzioni, tutto attraverso il gioco fatto di step. La lezione può essere svolta sia da seduti che in piedi, con vari strumenti e con diverse metodologie, in base all’argomento da trattare. Un esempio potrebbe essere quello di far strutturare al bambino dei cruciverba, rebus sull’argomento studiato.

Creare il giornalino scolastico con vari giochi e varie domande da porre, o inserire le ricerche fatte dagli stessi alunni, o ancora elaborare delle conferenze sugli argomenti di studio dove i bambini si preparano come relatori può essere l’alternativa alle interrogazioni. Utilizzare metodi vari ed alternativi alla classica interrogazione non avviene in tutte le scuole, proprio perché c’è l’autonomia nel gestire i percorsi didattici. Sembra scontato ma non lo è, molte scuole non adottano queste metodologie nella didattica.

Spronare il bambino, accompagnarlo al ragionamento, ad esprimersi come meglio sente, dopo che il docente ha spiegato la lezione, è un modo per sollecitare la curiosità che è in lui raggiungendo l’obiettivo, il voto finale. Fissare dei punti, step-guida da raggiungere, segnare un percorso non troppo strutturato è molto meglio che non insegnare al bambino la progettazione attraverso il coding.

Portare il bambino ad una valutazione sapendo che un determinato risultato porta ad un determinato punteggio, non vuol dire che il bambino che ha dei deficit non possa arrivare ad altre soluzioni, lui avrà un altro punteggio, un punteggio che non verrà valutato come voto ma come traguardo raggiunto.

Solo dopo l’ insegnante illustrerà il risultato che non sarà vincolante al fine del giudizio finale. Il giudizio finale sarà esclusivamente dettato dall’ impegno che ogni bambino mette nel portare a compimento un determinato esercizio, un determinato compito. Naturalmente se non c’è impegno, verrà valutato in maniera coerente. Nessun bambino comunque non si impegna nel gioco, soprattutto se il metodo di gioco è vario e lui può inserirsi come meglio crede nello svolgimento dello stesso. Il gioco deve avere infatti diverse opportunità di approccio per coinvolgere tutti in ugual modo. L’ impegno è nelle capacità del bambino non in quello che l’ insegnante recepisce o vuole che si faccia.

Può essere un prodotto di illustrazioni, temi, racconti a voce, poesie, strutturazione di cruciverba o altri giochi simili… l’ importante è comunicare all’ insegnante il processo che si è strutturato e come lo si è strutturato.

L’ insegnante avvierà degli step che il bambino dovrà rispettare come regole per arrivare all’ obiettivo. Questo è –giocare- in classe con le materie.

Questo è incentivare il ragionamento mischiandolo con la creatività.

 

 

UNA PEDAGOGIA PER L’ITALIA A MISURA DI BAMBINO

di nancy nitti

 

Da anni parliamo di cambiamenti all’ interno della nostra società per il futuro dei nostri bambini, bambini che hanno diritto di crescere in un mondo migliore.

Poi leggiamo notizie come quella del -macabro gioco- blue whale e ne rimaniamo sconvolti.

A questo punto mi chiedo perché tanto clamore? Esistono anche le sette. Abbiamo voluto noi tutto questo.

La verità è che non solo i bambini ma tutti non veniamo più tutelati da nessuna legge, il mondo deve fare notizia per andare avanti.

Dal punto di vista biologico la nostra vita è scandita da età. Dal punto di vista pedagogico si analizzano queste età, si ipotizzano delle regole affinché queste età, nell’evoluzione dell’ uomo, vengano rispettate.

C’è poi l’uomo che vuole diventare leader politico e, nonostante non sia di sua competenza, pur di avere un tornaconto di potere ed economico, modifica determinate regole mettendo confusione con nuove proposte le regole giuste. Bisogna per questo riprogettare un iter perché l’ uomo non si perda nella marea di informazioni che nascono con il passare degli anni. Le regole ed i valori sono sempre quelli ma purtroppo con internet questi valori vengono sminuiti per dar spazio a false necessità.

Lo stesso adeguamento delle vecchie generazioni con le nuove tecnologie, sono un punto da non sottovalutare in quanto hanno più esperienza dei giovani ma i giovani, avendo più esperienza con le nuove tecnologie, prendono il sopravvento in un determinato settore, credendo di sapere di più, credendo che, facendo ricerche online, possono avere gli stessi risultati, informazioni, di chi ha studiato per anni su determinati argomenti.

L’era di internet è vero che avvicina a determinate realtà, ma la maggior parte delle volte passa informazioni sbagliate che non tutti sono capaci di cogliere come tali.

Non c’è la fruizione equa delle notizie, la stessa informazione la legge sia la persona sensibile che lo psicopatico. Anche la -casualità- di ciò che passa sotto gli occhi danneggia il nostro modo di vedere le cose.

Oggi più che mai la nostra società ha bisogno di regole ben definite. Tutti siamo un po’ bambini con l’ inesperienza in determinate realtà. L’avvento di internet ci rende tutti bambini, scolari, ed è per questo che c’è necessità di porre dei limiti, non solo per i più piccoli, scandendo la loro giornata con regole, ma anche per gli adulti.

Per i bambini sarebbe necessario almeno mettere dei paletti nelle ore di studio e notturne, cercare di togliere il cellulare in quelle ore perché il livello di concentrazione non deve superare un certo numero di ore. Il livello di distrazione è accentuato se il cellulare ed i relativi contenuti interferiscono nel percorso formativo o notturno, necessari al bambino per una sana crescita ed un sano sviluppo fisico ed intellettivo.

Il dott. Federico Tonioni, responsabile presso il Policlinico Gemelli di Roma del primo centro pediatrico che si occupa delle dipendenze da internet, ci spiega che “i bambini vengono trattenuti di più dagli schermi interattivi”, così facendo perdono due cose: “uno è il rispecchiamento emotivo, che significa guardarsi negli occhi e pensare alla stessa cosa. Serve per crescere. Due, un’ assenza fisica intorno a loro”. Internet ha cambiato il nostro modo di vivere il tempo perché, con il multitasking, nello stesso momento ci si illude di poter fare trenta cose, che non è correlato alla produttività né alla maggiore capacità di concentrazione, ma ad una maggiore possibilità di distraibilità. Continua dicendo che noi eravamo abituati a confrontarci con due grosse frustrazioni, queste sono: la capacità di attendere e la capacità di stare soli. La capacità di attendere è quella che permette di desiderare e di non essere compulsivo. Termina il suo discorso dicendo che i bambini hanno bisogno di essere pensati, accuditi, seguiti cosa che non avviene quando li lasciamo davanti al computer.

Veniamo a noi, vivere la solitudine serve per ragionare, ognuno di noi ha bisogno di momenti di solitudine, ma i ragazzi al giorno d’oggi non vivono più questa dimensione, non hanno modo di riflettere perché c’è internet a portata di mano che fornisce loro una risposta impersonale, guidata, al fine di avere un risultato ben preciso, mirato, attraverso il continuo lavaggio del cervello.

Questo avviene non solo sui bambini e adolescenti, ma anche sugli adulti che recepiscono attraverso internet solo quello che internet filtra. Questo è il gioco della politica del più forte, di quello che investe di più in denaro per promuovere determinate idee.

Per questo c’è bisogno di un’educazione ed una rieducazione all’ illusorio interattivo. Interattivo indica qualcosa che avviene da entrambe le parti, una reciprocità d’azione che in realtà è fasulla in quanto vi è un messaggero e uno che recepisce l’ informazione e la rielabora a modo suo. I messaggi di chi lavora in internet sono strutturati in maniera tale da persuadere attraverso una serie di informazioni dirette ed indirette, tutte finalizzate per raggiungere lo scopo finale. La reciprocità dell’ interazione è data dalla risposta che ha chi riceve l’ informazione e da come la rielabora.

Proprio per questo, in una società dove mancano regole ben definite, per il caos che si genera all’ interno della rete, perché bombardati da continui stimoli, nascono abitudini e giochi sociali pericolosi che non siamo in grado di gestire come il blue whale. La censura deve essere la prima cosa da fare. La poca conoscenza dei minori ma anche degli adulti nell’era della realtà digitale crea una realtà isolata sempre più a portata di mano.

Perché amiamo giocare? Perché amiamo la sfida, amiamo le regole che ci vengono imposte, senza regole non c’è divertimento, non c’è ragionamento, non c’è coscienza, non c’è un mettersi alla prova.

È difficile uscire da queste dipendenze, solo le regole sociali possono interrompere tutto questo processo di autodistruzione delle menti.

C’è bisogno di una società dove le leggi illustrino regole ben precise che devono essere rispettate. Se queste regole vengono infrante e non si verifica nessun cambiamento, nessuna punizione evidente, le regole non servono a nulla. Il potenziamento, il rafforzamento di certi concetti è dato dall’azione giusta e dall’azione sbagliata e le relative conseguenze per l’ una o per l’altra azione.

Se non ci fossero state delle regole sul modo di camminare: mettere un piede davanti all’altro, un passo dopo l’altro, noi non riusciremmo ad andare avanti, saremmo rimasti tra le braccia di nostra madre. È lo spirito di sopravvivenza che detta le regole: camminare, nutrirsi, parlare… le regole sociali sono anch’esse regole per la sopravvivenza ed è giusto che impariamo ad utilizzarle nel nostro vivere quotidiano.

PEDAGOGIA ED IL GIOCO DELLA BALENA ARENATA

 

 

Di

Nancy Nitti

BLUE

 

Su Facebook circola il video delle Iene riguardo la Blue Whale: suicidarsi per gioco: http://www.video.mediaset.it/video/iene/puntata/viviani-blue-whale-suicidarsi-per-gioco_721232.html.

Data la mia professione non posso rimanere indifferente e tacere, devo necessariamente scrivere, anche se poche righe, delle considerazioni a riguardo.

 

Il problema che emerge è un problema non solo genitoriale, ma soprattutto sociale. Le regole le crea la società, prima del genitore. Se la società è malata, anche chi è dentro, per rispettare tali regole, lo sarà. Che questo -gioco-, chiamiamolo in maniera errata così, sia arrivato fino a noi non mi stupisce più di tanto, il problema è che non si faccia nulla per fermarlo. Non sono stupefatta di quello che si vede: sui social circola di tutto. Il problema è che non c’è selezione in quello che viene pubblicato, tutto in nome della -notizia che fa notizia-. Solo così c’è incremento e c’è guadagno.

Sappiamo perfettamente quanto gli adolescenti siano facilmente influenzabili dalle mode: la moda è sinonimo di adeguamento ad uno stile condiviso. Non dobbiamo meravigliarci se questi ragazzi erano ragazzi felici e allegri per poi di colpo cadere nella depressione; questo avviene perché hanno necessità di socializzare, di assomigliarsi e, quando non ci riescono, cadono in una solitudine psicologica, interna. La non accettazione di determinate regole implica l’esclusione da un gruppo e se le regole sono sbagliate, malate, ed il ragazzo vuole comunque entrare nel giro, si adegua alle regole anche se non le condivide. Il problema è anche il fatto che nessuno censura, nessuno ferma questo -sterminio- perché produce vittime, patologie, su ci intervenire, in vari ambiti: da quello clinico a quello sociale.

Non possiamo dunque scaricare la colpa esclusivamente sui genitori che non possono seguire i loro figli nei vari contesti per motivi lavorativi, a loro possiamo solo rivolgerci dicendo di osservare attentamente i propri figli, dialogare di più con loro, non solo sui minorenni. Entrare nelle loro chat, nei loro computer, non devono essere considerati violazioni di privacy, non bisogna essere invadenti, bisogna solo assicurarsi che non ci siano atti intimidatori, una tutela per capire il loro giro amicizie. Bisogna denunciare le anomalie che si notano, non tapparsi la bocca perché le notizie non devono essere censurate ma emergere. Il problema dev’essere eliminato, non bisogna assecondarlo.

Gli stessi adolescenti-amici dovrebbero denunciare fatti qualora venissero a conoscenza di strani episodi.

Il problema dell’adolescenza è complesso in quanto si trova in una fase di transito tra l’essere completamente dipendenti dal genitore all’essere indipendenti, almeno su carta d’identità, per la maggiore età.

Gli studi però ci fanno presente che una persona emotivamente provata, può continuare ad aver necessità di un supporto non solo psicologico anche dopo la maggior età. C’è bisogno di una società aperta e collaborativa, perché il benessere del singolo è benessere per l’intera società stessa. Per questo è importante che il sociale non sia manipolato da persone che vogliono ‘lucrare’ su determinate realtà e che ‘creano i problemi’ ad hoc per poi far sì che le persone abbiano una dipendenza da queste figure socialmente utili e a servizio della comunità. Ognuno deve avere la sua -dimensione attiva-, nel -rispetto dell’altro-.

La questione adolescenziale è complessa, l’adolescente necessita di fiducia e autonomia nei limiti del possibile: l’adolescente richiede momenti di socializzazione e momenti di solitudine. Con l’era dei social network abbiamo una solitudine socializzante: una socializzazione filtrata che attraversa il mondo interiore, quello della solitudine. I bambini e gli adolescenti si chiudono in camera e si mettono alla ‘prova’, soffrono dietro uno schermo senza interlocutori ma cercando risposte autonomamente. È qui che subentra la figura destabilizzante che, non avendo ancora definito un proprio ruolo, avendo delle idee di onnipotenza dietro allo schermo, crede e si sperimenta -consigliere dei più deboli-. Queste figure hanno molto successo perché hanno un modo di porgersi e sanno essere accoglienti riguardo al problema posto, alcune hanno vere e proprie patologie psichiche e riescono a manipolare le menti più deboli fino ad indurle ad atti estremi e folli: sfruttano i problemi psicologico-emotivi della vittima, facendosi portavoci di azioni da compiere.

I ragazzi manipolati non sono necessariamente delle persone poco attive, ma sono sicuramente molto sensibili e tendono ad isolarsi se non sono capiti cercando persone nuove su internet che gli indichino una via. Questo illecito gioco è un mettersi alla prova, uno sfidare se stessi con degli atti che lo fanno apparire un leader per la generazione che rappresentano.

Ma il leader non è un capro espiatorio, non si immola per autodistruggersi ma per una giusta causa, e qui, in questo gioco non c’è nessuna giusta causa che lo renda un eroe-leader. Questo dovrebbe essere il primo punto da spiegare ai nostri ragazzi adolescenti.

Questo punto può essere spiegato esclusivamente se tra genitori, scuola e ragazzi c’è un’apertura e una condivisione su ciò che accade in classe e a casa. Infatti può capitare che a casa il ragazzo viva male, con genitori che abusano di lui. Per questo intendo parlare di apertura a 360°.

Denunciare i tutor è la prima cosa da fare: se qualcuno minaccia vendetta sugli affetti se la vittima non compie determinati atti. Queste figure non hanno lo scopo di distruggere la società ma dimostrare di avere potere, di poter cambiare le persone come se si stesse giocando ad un videogioco: controllare i movimenti, le azioni da compiere con un preciso ordine di istruzioni. Sono proprio queste istruzioni che noi genitori, educatori, pedagogisti, insegnanti, attenti alla realtà che è intorno a questi ragazzi, dobbiamo denunciare. Il ragazzo riporterà dei segni sul proprio -corpo immolato- sotto pressione psicologica. D’altra parte chi, sotto minaccia psicologica, non lo farebbe!

Un’altra azione da fare sarebbe quella di non far usare i social network ai ragazzini al di sotto dei 17 anni, ma questo è praticamente impossibile dato che ormai i social sono nelle nostre vite e ci influenzano prepotentemente; poi non è detto che un maggiorenne, non sia psicologicamente provato. Forse sarebbe addirittura corretto dire che sono più influenzabili gli adolescenti degli stessi bambini che notano le cose sotto una prospettiva di genuina giustizia.

Altra cosa su cui porre attenzione è l’ utilizzo dei televisori in casa: non permettere che i propri figli ne abbiano uno tutto per loro in camera da letto. Cercare sempre, se ne si hanno due in casa, di metterne uno nella stanza da giorno e una in cucina. Bisogna tenere sempre sotto controllo ciò che guardano i propri figli.

I minorenni sono tali e dunque è giusto che il genitore osservi le comunicazioni che riceve nei social network, sul cellulare, nei suoi diari e i libri che legge. Il genitore deve osservare il ragazzo anche nei momenti in cui si sveste, senza naturalmente invadere troppo la privacy: se si notano segni strani bisogna intervenire, prima che sia troppo tardi, ponendo domande non inquisitorie.

Bisogna instaurare un dialogo dove si possa parlare e confrontarsi, mai mettersi in atteggiamento di aggressività nei confronti dei minori, potrebbero chiudersi e lì poi è difficile recuperare il rapporto.

Gli adolescenti sono in una fase in cui sentono di dover crescere: il protagonismo e la coscienza sociale cominciano a svilupparsi, non corriamo il rischio di metterli nella condizione di dover scegliere gesti estremi, impariamo a dialogare di più con loro.

 

CAMBIARE L’ INTERCULTURALE IN INTRACULTURALE lo scopo dei contesti educativi

Appello a tutti gli educatori e pedagogisti, NON PROSTITUITEVI MAI PER LAVORARE!!!
Non svendetevi! Vi dequalificate soltanto! Per prostituzione intendo abbassarsi a svolgere qualsiasi mansione senza conoscere bene la situazione. Informatevi e scegliete perché il lavoro che vogliono farci svolgere è orientato verso un ruolo non professionale.

Potete scaricare la mia ricerca cliccando sul seguente link:

https://www.academia.edu/32876456/CAMBIARE_L_INTERCULTURALE_IN_INTRACULTURALE_Lo_scopo_dei_contesti_educativi

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CAMBIARE L’ETA’ DI OBBLIGO FORMATIVO

 

 

 

Di

 

Nancy Nitti

 

 

Definisco meglio un altro itinerario importante.

Anche per l’obbligo formativo occorre fare chiarezza. Il limite di formazione non sarà più legato all’età e cioè ai 16 anni ma alla preparazione dello studente che dovrà aver concluso il percorso della scuola secondaria di secondo grado.

Lo studente che vuole uscire dal percorso scolastico sia che abbia concluso con largo anticipo il percorso quinquennale, facendo gli esami come privatista, sia che lo abbia terminato oltre la maggiore età, dovrà comunque aver ultimato la formazione seguendo tutto l’iter legato al tirocinio per l’avvio al lavoro. Non importa quanto tempo il ragazzo impiega per sostenere gli esami, l’importante è raggiungere adeguatamente il diploma dell’ istituto superiore con qualifica professionale. Qualora il ragazzo ha scelto il liceo, le soluzioni d’obbligo saranno o l’iscrizione a concorsi per Accademie Militari o d’Arte o percorsi di tipo universitario. Ogni alunno deve aver maturato una preparazione necessaria per potersi inserire nel contesto lavorativo sia per un lavoro come dipendente in una struttura, sia in maniera autonoma, creando un’attività e mettendosi in proprio. Nessuno potrà finire il percorso senza aver ottenuto un titolo necessario per l’espletamento di un ruolo in ambito sociale.

Inoltre dovrà essere possibile per lo studente non solo iscriversi a più corsi universitari, dopo averne concluso uno, ma conseguire anche diversi diplomi se desidera avere maggiori specializzazioni.

Naturalmente il primo percorso fino all’ottenimento del primo titolo e relativo alla formazione degli istituti superiori ed universitari, sarà obbligatorio e con agevolazioni fiscali di tasse in base al reddito familiare. Si potrà ottenere eventualmente anche la gratuità della formazione se le condizioni della famiglia lo richiedono. I titoli successivi saranno facoltativi e a carico della famiglia.

È necessario considerare le predisposizioni dello studente prima del percorso scolastico della secondaria superiore con un orientamento mirato per evitare che gli studenti si iscrivano a percorsi obbligati o non voluti. È importante che lo studente si senta a proprio agio nell’apprendere determinate materie.

Bisogna infine sottolineare l’importanza dell’obbligatorietà formativa che porta lo studente alla spendibilità nel campo lavorativo all’ interno della società. In questo modo non si parlerà più dell’obbligatorietà legata all’età in quanto questa non produce reddito né per lo stesso ragazzo, né per la società in cui vive.